In questa estate dove l’Italia si riscopre preda delle sue fragilità interne e lo scenario dei mercati è agitato da una dichiarata guerra economica tra Turchia e Usa, ieri non si è potuta nè dovuta dimenticare la commemorazione dei morti di Barcellona. Una vera strage europea per quelle vittime sulla Rambla del 17 agosto dell’anno scorso. Ma qual è il rischio attuale di una minaccia che sembra solo in attesa di poter colpire ancora? Lo Stato islamico disporrebbe a tutt’oggi di circa 30.000 miliziani, tra i quali numerosi europei, che opererebbero nei territori di Siria e Iraq. E’ quanto scritto in un rapporto redatto da esperti delle Nazioni Unite e reso pubblico lo scorso 13 agosto. Preoccupano anche l’Afghanistan e la vicina Libia dove alla risolutezza dei nostri ministri per i restringimenti cresce in proporzione l’instabilità in quei territori, con la relativa possibilità di diventare dei bacini dove coltivare ostilità di varia origine e natura verso l’Occidente soprattutto considerando la commistione dei rapporti tra militanti e le tribu’ locali. In Libia poi l’Isis sembra capace di poter lanciare significativi attacchi interni. Anche se si è assistito a un deciso calo degli attacchi terroristici in Europa, la “corrente di risacca” rappresenta il vero pericolo per i paesi di origine dei miliziani del Daesh e la temporanea riduzione del numero di attentati nasconderebbe, in realtà, una riorganizzazione dei ranghi dell’Isis e di al Qaeda e, in contemporanea, l’insorgere di nuove entità minori nel panorama del terrorismo di matrice islamica. Il rapporto Onu prende in esame la trasformazione del califfato da “proto-stato” a rete terroristica clandestina. E’ pur vero che la caduta dello Stato islamico è stato duro colpo alla base del Califfato ma allo scioglimento della struttura non ne corrisponde l’effettiva dissoluzione che trova nuove vie in quei molti casi di lupi solitari dove l’indottrinamento e la radicalizzazione si confonde nel disagio psichico e mentale di immigrati anche di seconda e terza generazione. In effetti l’Isis ha continuato ad utilizzare le piattaforme dei social network per indurre i propri simpatizzanti in Europa a passare all’azione nei loro paesi d’origine e gli Stati membri dell’Ue hanno espresso grande preoccupazione per il rischio che i miliziani di ritorno possano diffondere le conoscenze e abilità legate alla fabbricazione di droni, ordigni esplosivi e autobombe apprese durante i periodi di addestramento e combattimento in Siria ed Iraq. Una vera fase di riorganizzazione che non deve essere scambiata per una sconfitta dell’Isis, l’attenzione sulle politiche di accoglienza non dovrebbe mai venir meno come altrettanto indispensabile è un politica estera più consapevole da parte dei nostri Paesi. Così in una nota Souad Sbai , presidente del Centro Studi Averroè.