I 140 morti dell’attacco kamikaze rivendicato dall’Isis durante un comizio elettorale in Pakistan spiegano i nuovi obiettivi del califfato. L’analisi di SOUAD SBAI

I 140 morti e le centinaia di feriti dell’attacco kamikaze rivendicato dall’Isis durante un comizio elettorale in Pakistan devono metterci in guardia da analisi affrettate sulla “fine del califfato”. Se è vero che lo stato islamico in Medio Oriente potrebbe dissolversi con la caduta di Raqqa in Siria e la tenaglia tra esercito siriano e iracheno, questo non significa che l’internazionale del terrore sia sconfitta. I jihadisti sono bravi a spostarsi e dall’Asia centrale a quella meridionale ci sono gruppi fondamentalisti pronti ad accoglierli.

Dopo la strage della scuola militare di Peshawar del 2014 e altri attacchi a Karachi e Quetta contro i cristiani e la minoranza sciita (esponenti iraniani sono in Pakistan per colloqui e Islamabad insieme a Teheran, Pechino e Mosca puntano ad avere relazioni più strette contro il terrorismo islamista), negli ultimi tre anni in Pakistan non avevamo assistito a una escalation di violenza pari a quella delle ultime ore. Anzi degli ultimi giorni, considerando che l’attentato di venerdì scorso a Mastung viene dopo almeno altri due attacchi nel Paese.

Il “Khorasan”, la succursale dell’Isis, potrebbe quindi aver dato fuoco alle polveri per riaffermare la sua brutale supremazia tra i gruppi del fondamentalismo sunnita. Tanto più che negli ultimi tempi i vertici del gruppo e dei talebani pakistani sono stati falcidiati dai droni in Afghanistan e questo vuoto di leadership può essere facilmente riempito dai nuovi arrivi dal Levante.

L’escalation del terrore si inserisce nella delicata situazione politica del Pakistan, un Paese che si avvia alle elezioni nazionali di fine luglio complicate dal ritorno in patria dell’ex primo ministro Sharif, caduto in disgrazia dopo uno scandalo di corruzione ma pronto a giocare la sua partita. L’Isis può avvantaggiarsi dalle tensioni politiche del Paese asiatico che vengono cinicamente cavalcate dai leader locali in chiave tribale e settaria. E Sharif è sempre stato polemico verso i generali tradizionali, tutori della sicurezza pakistana.

Non è chiaro se vedremo risorgere un paradiso islamista nelle aree tribali al confine tra Pakistan e Afghanistan, ma il voto di luglio rischia di rivelarsi un bagno di sangue. Resta anche da capire quale sarà il ruolo che giocheranno i potenti servizi segreti pakistani: Islamabad da una parte combatte i talebani in Afghanistan ma dall’altra teme che una Kabul troppo indipendente metta a repentaglio lo status quo. Un Afghanistan più incline alle sirene dell’India — l’arcirivale del Pakistan — potrebbe minacciare quella “profondità strategica” garantita a livello geopolitico a Islamabad proprio dalla instabile situazione afghana. In uno Stato, il Pakistan, che troppo spesso ha chiuso un occhio sulla diffusione del radicalismo e fondamentalismo religioso al proprio interno.il sussidiario