Mentre gli Alti rappresentanti per gli affari esteri europei si affannano a difendere l’accordo sul programma nucleare iraniano, gli iraniani si ribellano al regime degli ayatollah. Nonostante la repressione brutale, protestano per la crescente crisi economica. Ed è anche per l’effetto Trump, che ha puntato il dito contro il regime. 

Mentre gli Alti rappresentanti per gli affari esteri europei si affannano a difendere l’accordo sul programma nucleare iraniano, esaltandone le presunte virtù, il regime della guida suprema Ali Khamenei e dei pasdaran guardiani della rivoluzione islamista continuano a reprimere brutalmente il crescente malcontento del popolo iraniano. Da giorni a Teheran il popolo è in rivolta per la perdurante crisi economica e, non meno, per la mancanza di libertà e diritti di cui Khomeini e i suoi epigoni si sono appropriati 39 anni fa senza più restituirli.

Va osservato che l’instabilità è ormai un dato permanente della situazione interna iraniana. Il crollo della moneta, l’inflazione e i buchi di bilancio si ripercuotono sulle condizioni del ceto medio e dei meno abbienti, la cui rabbia si riversa nelle strade di Teheran e di altri centri del paese. Mentre la “democrazia” controllata dal regime, la corruzione e l’obbligo del velo per le donne, spinge la nuova generazione a sfidare le autorità a viso scoperto. “A morte Khamenei”, dunque, basta con mullah e islamisti.

Contrariamente agli Alti rappresentanti europei, il popolo iraniano non ha Trump nel mirino, mentre l’Onda Verde del 2009 aveva attaccato duramente Barack Obama per il mancato supporto a quella che avrebbe potuto essere una controrivoluzione davvero democratica e liberale. Obama preferì coltivare il suo feeling personale con il regime khomeinista, accondiscendendo alle sue politiche aggressive ed espansionistiche a livello regionale, mentre si ergeva a grande architetto dell’accordo sul programma nucleare. L’accordo, in realtà, è molto lontano dall’essere quel capolavoro diplomatico che gli Alti rappresentanti europei continuano a osannare e che a Obama è soprattutto servito per dare un senso al premio Nobel preventivo per la pace impropriamente ricevuto. L’accordo è stato siglato perché Washington e la trojka europea hanno rinunciato al blocco totale dell’arricchimento dell’uranio, precondizione occidentale per oltre un decennio al tavolo delle trattative con Teheran.

Trump in realtà ha atteso oltre un anno prima di rimettereufficialmente in discussione l’accordo. Dal Pentagono era arrivato il benestare di James Mattis al mantenimento di quello che è stato definito un cattivo accordo di non proliferazione nucleare, ma meglio di niente. Occorre pertanto considerare il più ampio contesto mediorientale per poter comprendere le ragioni sottostanti alla decisione della Casa Bianca. E le ragioni puntano dritto alle politiche aggressive ed espansionistiche iraniane nella regione. Siria, Libano, Yemen, Golfo, Gaza, fino al Marocco e al Nord Africa. Senza dimenticare l’allineamento con Qatar, Turchia e Fratellanza Musulmana, di cui il regime khomeinista è l’equivalente sciita. Trump ha così lanciato un forte segnale diretto a Teheran, ma anche agli Alti rappresentanti europei: il tentativo iraniano di conquistare l’egemonia regionale e di esportare la rivoluzione islamista non sarà consentito.

Perché allora tanto affanno nel difendere l’accordo nucleare da parte degli Alti rappresentanti europei? Il business preoccupato per una nuova stretta sanzionatoria gioca la sua parte, ma c’è anche un altro fattore in campo: l’affinità ideologica. Le sinistre europee è da sempre attratta dall’antiamericanismo ideologico che insieme all’islamismo è uno dei cardini del khomeinismo. Così, come le presunte passionarie secolarizzate della medio alta borghesia iraniana presero a indossare il velo alla fine degli anni 70, per protestare contro lo Shah filoccidentale, oggi le Alte rappresentanti della politica estera europea si coprono il capo di fronte agli ayatollah, e anche gli occhi di fronte alla repressione, alle violenze e alle torture con cui il regime da 39 anni continua a schiacciare il popolo iraniano. Un popolo però che non si arrende e merita di essere supportato con ogni mezzo nella sua lotta per la libertà.