Erdogan vince le elezioni presidenziali e diventa un presidente con poteri ampliati dalla nuova Costituzione. In parlamento, gli islamici vincono assieme ai nazionalisti di Bahçeli. Il mix tra islamismo radicale e componente nazionalista è un’arma molto pericolosa che potrebbe rendere quello turco un fattore di destabilizzazione. 

Brogli e violenze in occasione delle elezioni presidenziali di ieri 24 giugno. Eppure Muharrem Ince, principale sfidante di Recep Tayyip Erdogan, nonché leader laico del primo partito d’opposizione, ha riconosciuto la vittoria ottenuta alle urne da parte del Sultano neo-ottomano. Una dichiarazione di apparente correttezza istituzionale, che tradisce impotenza e timore nei confronti del dominio erdoganiano? La rielezione a capo dello stato conferirà a Erdogan maggiori poteri e prerogative, come previsto dalla precedente riforma costituzionale approvata tramite referendum. Il Sultano sale sempre più in alto dunque, e tutto secondo copione.

Dopo il massiccio repulisti seguito al presunto golpe del luglio 2016, il controllo sull’apparato burocratico, giudiziario, diplomatico, militare, di sicurezza e intelligence sarà ancora più assoluto, con l’ingresso di nuovi fedelissimi alla linea islamista del loro caro leader. E non importa se incapaci e incompetenti, l’unica qualità che conta è il servilismo. Di yes-men Erdogan ha già riempito anche giornali, tv e tutto il mondo dei media, e ora, forte della conferma alla presidenza, potrà sferrare l’attacco per espugnare la roccaforte della Banca Centrale, la cui grave colpa è quella di essersi contrapposta alla sua scellerata politica economica. Dopo di che, l’occupazione del sistema sarà completa.

Nei 16 anni impiegati per la conquista del potere assoluto, Erdogan si è avvalso della sponda di figure autorevoli all’interno del suo partito islamista, basti pensare all’ex presidente Abdullah Gul e all’ex primo ministro e ministro degli esteri Ahmet Davutoglu. Tutti usati e poi gettati al momento opportuno, quando la loro presenza si faceva troppo ingombrante. Ma in quest’ultima fase il ritorno del Sultano è stato favorito dal supporto del leader del partito nazionalista, il vecchio Devlet Bahçeli. Pur di non cedere la guida del partito lasciando spazio alla nuova generazione che lo incalzava, Bahçeli ha venduto l’anima al Sultano, prima rifiutando l’alleanza con gli altri partiti di opposizione dopo le elezioni del giugno 2015, evitando che il partito islamista di Erdogan venisse messo in minoranza in parlamento; poi non contrastando le disavventure di politica estera del presidente, Siria su tutte, e appoggiandolo una riforma costituzionale il cui obiettivo conclamato era quello di conferirgli poteri assoluti. L’alleanza politica grazie alla quale il partito islamista potrà contare sui deputati nazionalisti per avere la maggioranza parlamentare assoluta è l’ultimo capitolo di un’intesa personale (e personalistica) che ha consentito a Erdogan di essere rieletto a capo dello stato con poteri pressoché illimitati. In cambio, l’asse con Erdogan ha consentito a Bahçeli di tenere alla larga gli oppositori all’interno del suo partito e di mantenerne le redini.

Tale asse è destinato a durare e a caratterizzare il futuro della Turchia. Bahçeli può ora vantarsi di aver riportato il partito nazionalista al governo, salvandolo dal declino, dal momento che Erdogan dovrà ricompensarlo con posizioni all’interno dell’esecutivo in via di formazione. Ma Bahçeli sarà capace di riorientare le politiche di Ankara o continuerà a fungere da comoda spalla su cui il Sultano potrà continuare ad appoggiarsi? Cosa pensa Bahçeli dei principali alleati del Sultano, ovvero gli estremisti della Fratellanza Musulmana e il Qatar sponsor del terrorismo? Cosa pensa Bahçeli dell’islamismo illiberale del suo alleato Erdogan che sta stringendo in una morsa la società laica turca? Per rassicurare gli elettori di Bahçeli, la retorica del Sultano negli ultimi tempi si è colorata di tinte nazionaliste, facendo leva sul riacutizzarsi della questione curda sia a livello domestico che in Siria e sulla contrapposizione con l’occidente. Anche in questo caso il gioco del Sultano è pienamente riuscito e il partito nazionalista ha infatti superato la soglia del 10 per cento, quanto basta per integrare la pattuglia dei deputati islamisti per la maggioranza assoluta in parlamento. Il mix tra islamismo radicale e componente nazionalista nelle mani del Sultano Erdogan, è un’arma molto pericolosa che potrebbe rendere quello turco un fattore di destabilizzazione ancor più minaccioso per la sicurezza e la pace di Europa e Medio Oriente. lanuovabussola