Il cosiddetto “velo islamico” è un’invenzione geopolitica che risale alla fine degli anni Settanta. Imposto da una parte della tanto osannata rivoluzione di Khomeini contro lo Shah di Persia – incoraggiata dalla Francia e dalla sinistra mondiale – e dall’altra dal fondamentalismo sunnita nato in Afghanistan come reazione all’invasione sovietica di Breznev. E proliferato nel Nord Africa grazie ai soldi del Qatar e ai Fratelli mussulmani. Sebbene nel Corano non ce ne sia praticamente traccia, mentre al contrario nell’antichità a velarsi erano soprattutto i bizantini, il velo viene recentemente adottato dall’Islam della jihad come strumento di controllo sociale sull’universo femminile.

Ben conscia di queste circostanze ieri la ex deputata di Forza Italia Souad Sbai, attualmente esponente politica nella Lega di Matteo Salvini, ha lanciato all’interno di un convegno tenutosi nella sede del centro Averroè a Roma, la proposta di una giornata internazionale contro il velo islamico. Quello imposto soprattutto, diventato vero e proprio carceriere della donna del mondo arabo. Il convegno, piuttosto affollato, ha visto anche l’intervento del nostro direttore, Arturo Diaconale, che ha rilanciato l’importanza della laicizzazione della società araba e islamica e della lotta semantica al linguaggio politically correct che sta diventando anch’esso una sorta di campo di concentramento delle parole.

Interessanti anche gli interventi della giornalista spagnola Sara Hernandez Diaz, che ha sottolineato come ormai la Spagna, e in particolare la Catalogna e i Paesi Baschi, stia diventando enclave del jihadismo europeo. Tanto che i Paesi Baschi, in lingua locale Euskadi, adesso li chiamano con sarcasmo Euskadistan, per la presenza massiccia di immigrati estremisti. Mentre a Bercellona sono concentrati oltre 500mila musulmani, quasi tutti adepti della fratellanza mussulmana, su due milioni presenti in tutta la Spagna.

Spagna che da tempo si sta distinguendo in Europa per le proprie posizioni anti-israeliane anche a livello governativo e per l’appoggio alla campagna di boicottaggio dei prodotti provenienti dallo stato ebraico. A presentare l’incontro del #noveloday – questo l’hashtag lanciato – l’esperta giornalista Lorenza Formicola. Hanno parlato anche una serie di donne del Marocco, tra cui una nota imprenditrice femminista, che hanno ridicolizzato la trovata della ex presidente della Camera, Laura Boldrini, scesa dall’aereo a Casablanca dove si era recata per una visita ufficiale un paio di anni orsono, tutta bardata con un ridicolo velo in testa mentre tutte le ministre maghrebine che stavano lì ad attenderla non lo indossavano. E questo porta a una riflessione fatta dalla stessa Sbai durante l’incontro: “Oramai nei Paesi di provenienza del Nord Africa questo velo identitario non lo porta quasi più nessuna donna e alcuni Stati lo hanno proibito, come la Tunisia e lo stesso Marocco, negli uffici pubblici; in compenso le immigrate in Italia sono obbligate a indossarlo in pubblico e vengono segregate in casa dai mariti e nessuno li denuncia, come non viene segnalato e perseguito l’abbandono scolastico da parte delle figlie femmine spesso sin dalla quinta elementare; i dati ci dicono che la percentuale di questi abbandoni nelle famiglie immigrate in Italia superano il 50 per cento”. Anche questo convegno quindi, con la relativa giornata internazionale contro il velo che si propone di istituire, può rappresentare un utile spunto di riflessione per l’agenda del governo in carica.

di Rocco Schiavone su L’Opinione del 22/06/2018