Nel Maghreb le associazioni “anti-Ramadan”, come quella dei Liberi Pensatori, chiedono di rimuovere gli obblighi di legge per il mese di digiuno. Un precetto imposto con la forza, infatti, perde tutto il suo significato valoriale e simbolico. E chi lo pratica con convinzione è sempre più una minoranza, anche in paesi musulmani come il Marocco

di Souad Sbai

Nel Maghreb le associazioni anti-Ramadan stanno vincendo la battaglia. L’Associazione dei Liberi Pensatori, il comitato #Fater pour la défense de la liberté des non-je–neurs e molti altri, riuniti con l’hashtag #MouchBessif, o il movimento Masayminch in Marocco si battono affinché la libertà di rispettare o meno la ricorrenza sia fattiva.

Lo slogan infatti significa ‘non per forza’, stando dunque a significare che un precetto imposto con la forza perde tutto il suo significato valoriale e simbolico, prima che religioso, e non è accettabile in una compagine statale che fa della laicità il cardine primario. Siamo a metà Ramadan e i loro sforzi per far coincidere la dimensione religiosa con quella delle libertà individuali stanno portando frutti fino a poco tempo fa impensabili. Il tasso di persone che pratica fattivamente e con convinzione il digiuno nel mese del Ramadan è infatti sceso sotto alla soglia del 55%; in particolar modo la borghesia medio-alta e i giovani hanno preso coscienza che la dimensione spirituale si è molto affievolita. Fino a poco tempo fa se si veniva sorpresi a mangiare si finiva nei guai, anche agli arresti cosa che ha di fatto allontanato ancora di più moltissimi fedeli dal rispettare questo precetto: se lo si impone che valore intimo ha? Molti studenti, per esempio, con la scusa dello studio e della maturità non lo praticano. Bar e locali aperti in sempre maggior numero segnalano che la presa è gradualmente allentata, il non Ramadan è tollerato e la tendenza si sta invertendo. La percentuale rimane alta nelle moschee a guida radicale, in cui c’è un controllo estremamente rigido sui fedeli, ma la laicità aumenta in maniera inesorabile.

Anche perché moltissimi non conoscono più la vera origine del mese di digiuno. Esso deriva dalla commemorazione della prima rivelazione del Corano al Profeta, il digiuno poi fu reso obbligatorio durante il mese cosiddetto di Sha’ban, nell’anno secondo dopo la migrazione dei musulmani dalla Mecca a Medina. Ma se lo si va a chiedere a moltissime persone, si sentono le giustificazioni più bizzarre: dalla purificazione del corpo, alla superstizione fino al fatto che ”lo fanno tutti”. Nel Maghreb poi da tempo si sommano problemi di carovita e di aumento dei prezzi in concomitanza con il mese del digiuno, cosa che disincentiva se possibile ancora di più. In Italia il discorso non è granché diverso; la comunità maghrebina vede tassi di astensione dal Ramadan che toccano quota 85% e anche qui le motivazioni sono svariate: il lavoro, il caldo, il calo del senso più profondo della ricorrenza. Chi lo pratica spesso lo fa perché la spinta di elementi radicali nelle comunità è forte e l’essere tacciati come ‘cattivi’ fedeli è un qualcosa da cui molti preferiscono tenersi alla larga.

A differenza dell’Italia dove alcune moschee rimangono aperte anche di notte, il fascino del Ramadan specialmente nel mondo arabo rimane intatto nell’atmosfera serale quando ci si ritrova per strada. Quando il termine giornaliero della ricorrenza spinge la gente a scendere in piazza e ad incontrarsi. Un altro tassello del mondo arabo che cambia, che muta e manifesta ancora di più la voglia di vivere liberamente. Con o senza Ramadan.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 05/06/2018