Sbalordisce sempre la leggerezza con cui si parla di apertura di nuove moschee e di regolarizzazione di edifici di culto musulmani finora irregolari. Il Comune di Milano ne ha aperte due nuove e regolarizzate quattro. E non ci si pone mai la domanda fondamentale: chi le finanzia? E soprattutto: a che scopo?

di Souad Sbai

Sei moschee regolari. Quattro esistenti da regolarizzare e due nuove. Così aprono numerosi giornali i propri pezzi di approfondimento sulle decisioni relative ai luoghi di culto che interessano il Comune di Milano. Ma leggendo gli articoli ci si rende conto che la tipologia ”di approfondimento” appare più di un regalo da saldi di fine primavera inizio estate. Perché in nessuno ma proprio nessuno di questi pezzi esiste un solo trafiletto che si occupi dell’argomento fondamentale, in casi come quello dell’autorizzazione di nuove moschee: il finanziamento. Chi finanzia queste moschee? Chi c’è dietro a queste realtà?

Non basta il solo elenco delle associazioni o realtà che fanno capo a questa o a quell’altra moschea. Realtà che a leggere i nomi nessuno conosce, tranne forse chi ne fa parte. Il tema del finanziamento dei luoghi di culto è decisivo in questo momento storico e a ben vedere lo è sempre stato, ma ora assume un valore che si può definire imprescindibile al fine di evitare alla radice ogni tipo di infiltrazione di tipo radicalista; perché non viene specificato se dietro a queste realtà ci sono i finanziamenti del Qatar, che ormai in maniera unanime da tutto il mondo arabo viene considerato il Paese finanziatore del jihadismo salafita? Oppure la Turchia di Erdogan, che per anni ha agevolato l’entrata e l’uscita di foreign fighters di Isis dal suo territorio da e verso la Siria? E verso l’Europa. La Fratellanza Musulmana e il suo proselitismo militante sfruttano a piene mani le moschee, specie se dietro ad essa ci sono finanziamenti ingenti e incontrollati da queste e altre realtà. Eppure oggi di questo non si parla. In questo modo di pensare e capire dinamiche complesse si annida l’arma vincente della Fratellanza: considerare la realizzazione o l’autorizzazione di una moschea come una questione squisitamente edilizia e non ancora di interesse socialmente rilevante. Il caso di Foggia con l’imam fai-da-te radicale che predicava anche a bambini piccoli che gli infedeli vanno uccisi o altri casi non hanno insegnato nulla.

I mattoni di una moschea sono solo un guscio la cui valutazione può essere lasciata agli urbanisti ma quel che arriva con una realtà del genere va indagato prima ancora di mettere una qualsiasi firma. Per non parlare poi della cosa ancor più grave, ovvero la decisione di ”regolarizzare” alcune moschee irregolari: anche qui non ci si chiede mica chi ci sia dietro, chi le finanzi e come riescano a sopravvivere e a fare sempre nuovi adepti. Una moschea non si può definire irregolare, si definisce ”fai-da-te” e deve essere senza indugio chiusa. Il Marocco, paese musulmano, insegna: moschee fai-da-te non esistono e per aprirne una ci vuole un’autorizzazione che va oltre due scartoffie. E gli imam solo autorizzati. Lì aprire una moschea é una cosa seria. Non ci si rende conto che chi regolarizza una realtà di cui non conosce fondi e ”fonti” si assume una responsabilità enorme. Ma pare che questo non interessi alla stampa mainstream nazionale, che preferisce trastullarsi su chiacchiere piuttosto che fare un mestiere che non dovrebbe temere condizionamenti: fare domande. Anche e soprattutto scomode.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 03/06/2018