La storia del bambino di 11 anni pakistano scappato di casa per sfuggire alla violenza degli zii. Grazie all’azione di personaggi spesso legati ad ambienti radicali si instaurano dei meccanismi di creazione di veri e propri clan, di nuclei familiari chiusi come conchiglie in cui i bambini e spesso anche le donne letteralmente si spengono. Fino a sparire del tutto, finiti chissà dove.

di Souad Sbai

I bambini, come le donne, sono da sempre l’anello più debole di una grossa parte delle comunità straniere in Italia. Sono piccoli, spesso sottoposti ad un insieme di regole di cui ignorano la ragione e che non vedono applicate sui compagni di scuola o semplicemente sugli amichetti che gli capita di incontrare in cortile. Quando possono incontrarli.

La storia del piccolo Mohammed di Mirandola, pakistano, è uno dei tanti esempi che abbiamo sotto gli occhi e che come sempre la maggioranza dell’opinione pubblica e di una certa politica fa bellamente finta di non vedere. La sua fuga dalla casa degli zii, con cui vive perché il padre è morto due mesi fa, ci permette di guardare dentro ad una condizione drammatica, che lui non è il solo a vivere.

Quando un bambino di 11 anni scappa da casa ci sono sempre ed inequivocabilmente motivi di estrema gravità, quando decide di avventurarsi fuori da casa in un mondo che a malapena riesce a comprendere è evidente che quella casa gli appare ormai come un inferno, come una prigione rispetto alla quale qualsiasi cosa è meglio. Anche uscire e non sapere dove andare. Nonostante le smentite di rito dei familiari, i giornali hanno raccolto le testimonianze di chi conosceva loro e il bambino e ne conosceva la sofferenza, i maltrattamenti e spesso lo aveva visto piangere.

Un vicino, straniero anche lui e le cui parole testimoniano come nelle comunità ci siano persone vere e degne di stare qui, ha dichiarato al Resto del Carlino di aver visto che un giorno ”il bambino aveva le braccia piene di lividi e il sangue al naso per le botte che lo zio gli stava dando nel cortile. Gli avevamo urlato di smetterla, il bimbo poverino piangeva spaventato, stava male”. Secondo quanto emerge il piccolo Mohammed aveva tutte le ragioni per voler scappare da quella casa, visto che sarebbe stato obbligato anche a lavori pesanti, a portare pesanti buste della spesa da solo.

Insomma, una condizione tremenda per un bambino di 11 anni. Ora è in custodia presso i servizi sociali, ma la domanda è che fine farà? Verrà affidato ad un’altra famiglia? Chi tutelerà lui e altri come lui dal subire questa triste sorte? Perché il problema è molto più ampio e grave di quanto si possa pensare: non mi stancherò mai di ripetere he l’anno scorso il 60% delle bambine maghrebine non ha frequentato la scuola dell’obbligo e questo è un dato che incrocia perfettamente con quanto stiamo vedendo. E non da oggi. Perché nessuno mette mano a questo modo estremista di concepire i rapporti familiari che imperversa in alcuni segmenti delle comunità immigrate?

Grazie all’azione di personaggi spesso legati ad ambienti radicali si instaurano dei meccanismi di creazione di veri e propri clan, di nuclei familiari chiusi come conchiglie in cui i bambini e spesso anche le donne letteralmente si spengono. Fino a sparire del tutto, finiti chissà dove. Chissà con chi.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 01/06/2018