«SE SOLO sapeste quante storie di sopraffazione ci sono, in Italia, tra le ragazze come Farah… Non sono casi isolati. Io urlo, grido, denuncio. Ma è come se a questo Paese non importasse. E francamente non me lo spiego». Souad Sbai, giornalista italo-marocchina e attivista per i diritti delle donne con particolare attenzione per il mondo islamico, è una furia telefonica. Di chi è la responsabilità in questi casi? «Di uno Stato che se ne frega. Di uno Stato al quale evidentemente non interessano gli immigrati e le immigrate di seconda generazione.

SI SENTE ITALIANO Secondo una ricerca dell’Osservatorio lombardo tra ragazzi di 15-25 anni islamici, solo uno su quattro si sente italiano a tutti gli effetti ne. Giovani nati qui, cresciuti in mezzo ai valori occidentali e poi lasciati in balla di comunità patriarcali e radicali, dove pseudo-imam sottomettono i nuclei familiari e li assoggettano a un controllo estenuante». Come si interrompe questa catena perversa? «Disintegrando il multiculturalismo, rifiutando la diversità come valore quando è invece puro disvalore. E in nome di questo lassismo che lo Stato chiude un occhio, a volte due, quando le famiglie di immigrati islamici lasciano le bambine a casa già a 11 anni, dopo le elementari». A undici anni? «Sì. Le scuole medie sono un confine pericoloso. A 15 anni una ragazzina è già diventata donna e magari ha assorbito sentimenti e comportamenti occidentali. Se invece non va in classe, il rischio si azzera. E così, invece di promuovere l’integrazione, noi italiani siamo i primi complici di un islamismo arretrato che lavora contro il futuro». Nei più clamorosi episodi di cronaca – Nina, Sana, ora Farah – ricorre un’idea patriarcale della famiglia in cui la donna è oggetto di sottomissione: un’idea deviata di per sé, l’elemento religioso non è sostanziale. Oppure il contesto islamico ne espande, in qualche modo, l’inflessibile affermazione? «Uno Stato davvero laico e interventista non lascerebbe scampo alle mistificazioni cui assistiamo, magari infiocchettate da rispetto della tradizione o della libertà di culto».

10 MOSCHEE In Italia ci sono solo dieci moschee ufficialmente riconosciute. Il resto sono centri di preghiera ospitati in strutture di fortuna Troppe zone franche? «L’estremismo identitario è il nemico più pericoloso. Guai a girarsi dall’altra parte. In Marocco, se una bambina di 11 anni non va a scuola, arriva la polizia e arresta i genitori. In Pakistan sono bastati due giorni per sbattere in galera il padre di Sana, poi assassino reo confesso. L’Islam italiano non lavora per l’integrazione. Sa cosa mi dicono le mie fonti maghrebine per i diritti femminili? Voi italiani stateci lontano, perché ci inquinate». La sua vecchia polemica contro l’Ucoii [l’Unione delle comunità italiane islamiche) riprende vigore? «Non l’ha mai perso. Ai tavoli di confronto è indispensabile la voce di chi, come me, pur essendo nata in un paese musulmano, ha un’idea laica della vita». Lei è nata in Marocco, nel 1981 è arrivata in Italia, è cittadina italiana, è stata anche deputata (nel Pdl, poi in Fli). Se oggi fosse una giovanissima studentessa immigrata di seconda generazione, cosa chiederebbe all’Italia? «Difendimi sempre: se serve, anche dai miei familiari. E aiuta anche loro a proteggersi da chi lavora per l’autosegregazione. Questo è un Paese in cui intere comunità sono sequestrate da pseudoreligiosi senza scrupoli».

di Giovanni Rossi da Il Quotidiano Nazionale del 8/05/2018