In Libano si vota per il rinnovo del parlamento. Sembra una notizia solo di rilevanza locale, anche molto difficile da seguire (ben 77 liste in gioco). Ma l’esito sarà di importanza cruciale per stabilire gli equilibri del Medio Oriente, in un paese diviso fra cristiani e musulmani sciiti e sunniti, sospeso fra il blocco saudita e quello iraniano

Photo – (c) La Nuova Bussola Quotidiana

di Souad Sbai

Sono elezioni importanti quelle che il Libano vede dopo ben nove anni dall’ultima volta, cinque da quando per legge dovevano tenersi in virtù della scadenza naturale del Parlamento. Una tornata elettorale, quella libanese, che può segnare non solo cifre e numeri delle varie fazioni politiche (e religiose) ma anche una parte decisiva degli equilibri mediorientali. E dunque globali, vista l’importanza del quadrante nella scacchiera internazionale.

Il Paese e la sua complessità sono rappresentati in maniera quasi plastica dal Parlamento visto che i 128 seggi disponibili riflettono, nella loro attuale composizione, quello che è il Libano: oscillante fra cristiani (leggermente in maggioranza) e musulmani con infinite varianti di tipo confessionale, interconfessionale, politico e sociale. Non a caso il Patto siglato nel 1943 ha dato vita ad uno schema ben definito: presidente sempre cristiano maronita, premier sempre musulmano sunnita. Ma il Libano è anche quello dei cristiani delle Falangi Libanesi, dei radicali sciiti Hezbollah e del partito storico, sempre sciita, Amal. Dei Drusi, dei Melchiti, Alawiti, Armeno-Ortodossi e così via. Insomma, un caleidoscopio di sigle, mondi paralleli, partiti e correnti, movimenti ed estremi animano Beirut e la sua politica, cosa resa se possibile ancor più complessa dal sistema proporzionale piuttosto complesso con cui si vota e che, nonostante assicuri ad ogni comunità un numero prestabilito di seggi non permette di capire prima come potranno andare le cose. Un numero permette di farsi un’idea della complessità in cui ci si muove: le liste in gioco sono ben 77.

L’unica cosa certa è che a farla da padrone in senso comunicativo e poi, meccanicamente, politico è la questione siriana prima di tutto, nonostante il Paese sia in condizioni economiche difficili. Ogni alleanza ha un’idea diversa su Damasco. Dalla composizione del Parlamento che uscirà dalle urne si capirà come il Libano si orienterà, da oggi in poi, verso l’evoluzione dei destini di Damasco e dintorni. E questo non è proprio un “dettaglio” a ben vedere, visto che il Libano è una delle carte più delicate nello scontro globale fra sunniti e sciiti, fra Arabia Saudita e Iran in particolare, che dei due schieramenti sono i Paesi leader e guida. Il Libano è dunque un anello di enorme importanza relativamente alle sorti della Siria, di cui in caso di caos conclamato e di confusione politica e sociale non gestibile potrebbe rischiare di ripercorrere i drammatici passi. Del resto non si può dimenticare che il Libano è e rimane un Paese in pieno conflitto, anche se la guerra civile siriana ha fagocitato ogni attenzione mediatica per motivi che spesso hanno travalicato il mero interesse umanitario.

La posta in palio dunque è altissima, nonostante i media mainstream si siano occupati (come spesso accade) colpevolmente molto poco della questione perché ritenuta difficile da rendere comprensibile al grande pubblico e soprattutto non manipolabile. Le urne parleranno e già dai primi risultati si capirà che direzione prenderà il Paese dei Cedri.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 07/05/2018