Il Qatar ha siglato un accordo da 4 miliardi di dollari per il porto di Suakin, sulla costa sudanese del Mar Rosso. Il porto, ex mercato degli schiavi, è ambito anche dalla Turchia. Sia il Sudan che il Qatar che la Turchia hanno ben più di un obiettivo comune: hanno la stessa visione dell’islam politico.

Photo – La Nuova BQ.it

di Souad Sbai

Strategie di intimidazione geopolitica e, nel contempo, di appropriazione del territorio. Il Qatar, dopo settimane di indiscrezioni che si sono rincorse, ha siglato un accordo da 4 miliardi di dollari per il porto di Suakin, sulla costa sudanese del Mar Rosso a pochissima distanza dall’Arabia Saudita.

Nulla di diverso da quanto il Qatar quotidianamente fa, comperando strutture e ‘oliando’ i meccanismi giusti onde ottenere influenza. A complicare la questione, però, non c’è solo il posizionamento geografico del porto bensì il fatto che su di esso ha posato gli occhi, insieme a Doha, anche la Turchia; anche simbolicamente questo luogo associato alla Turchia permette assonanze sinistre, visto che durante i secoli dell’impero ottomano era l’hub forse più importante per quanto riguarda il mercato degli schiavi. Ed ecco che dopo un tempo lunghissimo tempo Ankara torna a guardare, insieme all’alleato di oggi, a questo luogo che oggi proprio in virtù dell’alleato qatarino viene percepito come una minaccia incombente da Arabia Saudita ed Emirati. L’obiettivo vero, infatti, è quello di creare una serie di basi militari sul territorio che permettano di operare con ancora maggiore efficacia quell’attività di destabilizzazione geopolitica e sociale già portata avanti in altri quadranti.

Sudan, Turchia e Qatar, questo non è un mistero, condividono più di un progetto di sviluppo, bensì hanno in comune una certa visione dell’islamismo politico che foraggia a sua volta il jihadismo salafita. Tutto con i fondi del Qatar, che opera quasi da cassaforte. E l’influenza nefasta che Doha ha sul Sudan è testimoniata da alcune circostanze: alla fine di marzo scorso l’Eritrea ha accusato Qatar e Sudan di aver schierato caccia al confine e di foraggiare un nuovo hub jihadista: il governo eritreo ha accusato apertamente Doha di finanziare i sostenitori del religioso islamista radicale Mohammed Jumma. Un’accusa non da poco, visto che nella nota del governo eritreo si parla apertamente di ”un’area nascosta per organizzare attività politiche e militari e per addestrare i loro militanti. Il finanziamento delle loro attività – spiega la nota – è garantito dall’ambasciata del Qatar a Khartoum”. Il Qatar, dice ancora il governo eritreo, avrebbe inviato tre aerei da combattimento Mig alle forze di difesa sudanesi che sono state dispiegate a Kassala, al confine tra l’Eritrea e il Sudan, alla cui guida c’erano due qatarioti ed un etiope.

A questo clima di tensione e di reciproci tasselli conquistati a suon di denaro e di sostegno a gruppi radicali, si aggiunge il ruolo della Turchia di Erdogan che mira palesemente ad allargare la sua area di influenza più ad Occidente possibile. Dall’Africa all’Europa, in collaboazione con il Qatar che oggi tenta in questo modo di stringere il cerchio attorno a Emirati e Arabia Saudita, che da tempo insieme ad altri lo tengono sotto il tallone dell’embargo per l’accusa di finanziare il jihadismo internazionale della Fratellanza Musulmana.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 02/05/2018

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