Erdogan sta anticipando le elezioni a giugno e pare stia anche iniziando a formare una milizia civile. Una deriva apertamente dittatoriale, insomma, che fa il paio con le continue purghe iniziate dopo il fallito golpe del 2016. E non solo: appoggia i Fratelli Musulmani sia in Nord Africa che nel Medio Oriente. L’Europa acconsente?

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Il Sultano evidentemente teme che a furia di spingersi troppo oltre rischi di tornare indietro. E ci sono due circostanze che segnalano questo timore che serpeggia nell’entourage di Erdogan e in gran parte dei suoi sostenitori: la decisione di anticipare le elezioni presidenziali a giugno di quest’anno e, cosa ancora più inquietante, la formazione di milizie armate di civili. Quest’ultima circostanza, in particolare, è stata resa nota dalla sfidante alla presidenza turca Meral Aksener che ha parlato senza mezzi termini di “addestramento di civili”, prendendosi una denuncia, e alcuni giornali turchi hanno addirittura ipotizzato che in quei campi si addestrassero personaggi legati alle milizie del Free Syrian Army. Fra i quali, ormai tutti lo hanno compreso, la componente estremista e jihadista ha sempre avuto un peso non indifferente.

Questo provvedimento si innesta in un clima che per la Turchia è ormai da mesi complicato, quando non esplosivo, perché deriva direttamente dalle purghe tuttora in corso dopo il golpe del 2016. Notizia di ieri, infatti, la condanna di 13 giornalisti di Cumhuriyet perché accusati, solo per aver fatto il loro lavoro di critica giornalistica, di fiancheggiare un non meglio precisato terrorismo. Del resto il Sultano Erdogan è ormai l’unico ad essere rimasto in piedi fra i governi che hanno sostenuto la falsa primavera araba e l’arrivo al potere dell’estremismo della Fratellanza Musulmana, sopravvivenza resa possibile dai finanziamenti iraniani e qatarini che insieme lavorano ad una radicalizzazione della sponda Est del Mediterraneo. Una riconquista neo-ottomana che deve partire, nelle mire di Erdogan, dal proprio Paese e allargarsi ad Est alla destabilizzazione della Siria e ad Ovest con la destrutturazione tentata dei governi nordafricani; non ai può non ricordare come a primavera araba appena iniziata lo stesso Erdogan fece una sorta di “tour” nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo per sponsorizzare la radicalizzazione mascherata da rivoluzione pacifica che stava per prendere corpo.

Il re del Marocco Mohammed VI non lo ricevette di persona, lasciando l’onere ad altri, e già questo dice molto di quale idea abbia il mondo arabo moderno di Erdogan e come avesse compreso da subito le sue mire. Elezioni anticipate all’improvviso per cercare di drenare il dissenso, purghe continue, formazione di milizie civili armate: ha torto chi parla di odor di dittatura paramilitare in stile sudamericano? Ma l’Occidente, oltre a lamentarsi sui social e a non fare altro, ha la possibilità di mettere una mano pesante sul futuro turco, orientandolo in senso libero: il sostegno a Meral Aksener, che ha il coraggio di sfidare il Sultano deve essere pieno e convinto. Se si prosegue nel non condannare seriamente Erdogan e nel non sostenere concretamente la sua sola e unica sfidante, laica e aperta, si fa il gioco dell’estremismo e dell’oscurantismo islamista con cui il Sultano sta pian piano soffocando la Turchia lasciata in eredità da Ataturk. Dal destino di Costantinopoli, oggi come ieri, dipende quello di Roma.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 27/4/2018