Muore sgozzata da padre e fratello in Pakistan Sanaa Cheema, 25 anni, pakistana ma residente in Italia da anni. Non le hanno permesso di farsi una vita.

dal web

di Souad Sbai

Un’altra vittima del politicamente corretto, del multiculturalismo criminogeno, della politica dell’attenuante culturale e religiosa. Muore sgozzata da padre e fratello durante un soggiorno in Pakistan Sanaa Cheema, 25 anni, pakistana ma residente in Italia da anni e con l’intenzione di vivere libera. Di non sottostare a regole imposte da una tradizione liberticida. Voleva sposare un italiano, voleva dire sì al suo cuore, voleva scegliere.  Ecco, la scelta, un fattore che in alcuni ambiti non si può tollerare perché spezza la catena dell’oppressione e del controllo di quelli che diventano dei veri e propri clan familiari; molti in queste ore stanno ricordando i casi di Hina Saleem, uccisa per lo stesso motivo sempre in Italia dal padre e dallo zio, di Sanaa Dafani e del suo amore spezzato, insieme alla vita. E io aggiungo anche la storia di Nosheen Butt, che il padre voleva dare in sposa ad un cugino che lei non voleva e che per questo doveva morire: e al posto suo, in quel di Modena (sempre Italia, la civile Italia…) moriva lapidata la madre che ha trovato la forza di opporsi al marito e al figlio maschio che volevano costringere Nosheen a quell’orribile matrimonio forzato. La madre massacrata a pietrate, uccisa, Nosheen a sprangate ma viva per miracolo. Con la metà del cranio ricostruito.

In ognuno di questi casi sentii dire che si trattava della loro cultura, che ”da loro si usa così”. E allora, mi chiedo oggi, dopo la morte di Sana Cheema, quale migliore prospettiva offre l’Italia a chi vorrebbe fare una vita diversa? A chi pensa, andando via dal Paese di origine, di poter trovare la libertà di scegliere, di dire no ad un estremismo tradizionalista che genera solo crimini troppo spesso sottaciuti?  Rispunta ogni volta, e non ho dubbio che striscerà fuori anche stavolta, l’odiosa attenuante culturale che processo dopo processo, ergastolo dopo ergastolo perde forza, grazie alle nostre battaglie, ma che rimane difficile da estirpare. Non tanto in chi compie questi crimini, quanto in chi, fra le fila di una certa élite salottiera, giustifica l’ingiustificabile, finisce di uccidere con le parole chi è già morto.

Ed eccoci, dopo oltre nove anni, a piangere un’altra Hina, sempre a Brescia, vittima inconsapevole della malattia buonista di cui è infetto il Paese in cui si trova. E nel quale ha confidato ogni speranza. Sembrano apparentemente integrati, vivono qui, lavorano qui. Ma l’hanno fatta andare in Pakistan e lì l’hanno ammazzata, pensando di farla franca: tanto qui in Italia chi avrebbe chiesto di lei, di quell’oggetto delle volontà della famiglia? E invece no, qui in mezzo ai tanti silenzi e alle tante spalle voltate c’è qualcuno che ne chiede conto. Noi, come numero verde antiviolenza Acmid-Donna, ancora una volta ci presenteremo parte civile pur sapendo che troveremo l’ennesima aula vuota, senza il codazzo di quelle che riempiono le piazze per protestare perché uno sguardo diventa violenza. Perché la violenza, quella vera, quella che uccide non sanno nemmeno dove sta di casa. Un obitorio, con il corpo martoriato di una donna massacrata non l’hanno mai visto. Per fortuna loro. Come non hanno mai chiesto nulla di quella marea di bambine che non frequentano nemmeno la scuola dell’obbligo e la cui fine è pressoché sconosciuta. In Italia.

da Il Sussidiario.net del 23/04/2018