Dopo la sciagurata guerra contro Gheddafi, la Libia sconta una fragilità etnico-politica senza precedenti; e nel caos la Fratellanza riesce sempre ad inserirsi in maniera più che efficace l’Occidente deve scegliere con chi stare: con gli estremisti foraggiati dal Qatar oppure con la stabilità di un uomo forte come Haftar e con il quale studiare for collaborazione inter-mediterranea.

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Che la Libia sia ritenuta da sempre un boccone prelibato per la Fratellanza Musulmana e per le sue spire di proselitismo jihadista non è un mistero. Come non è un mistero il fatto che la presenza del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi sia un deterrente formidabile contro la presa totale e assoluta del Paese da parte degli esponenti della Fratellanza. Dopo la sciagurata guerra contro Gheddafi, assassinato in maniera che definire sospetta è più di un eufemismo, la Libia sconta una fragilità e una atomizzazione etnico-politica senza precedenti; e nel caos la Fratellanza riesce sempre ad inserirsi in maniera più che efficace come in Tunisia ed Egitto, tanto per rimanere in Nordafrica e a tempi recenti.

In questa settimana due notizie hanno fatto tornare i riflettori sulla Libia e sul dualismo che ormai da anni la contraddistingue: la nomina a Capo del Consiglio di Stato di Khalid al-Mishri, esponente di spicco dei Fratelli Musulmani in Libia e le indiscrezioni, smentite, sulla morte di Khalifa Haftar dopo il malore che lo aveva colpito. Mishri è da sempre uno dei maggiori oppositori al Generale e questa coincidenza di circostanze ha creato qualche pensiero in chi teme di vedere pesantemente indebolito il fronte anti-islamista e all’opposto fortemente rivitalizzato quello islamista.

Il fatto che Haftar, secondo quanto riferito dal suo portavoce è vivo riaccende le speranze di non lasciare la Libia totalmente in mano alla Fratellanza e alle mire espansionistiche del Qatar, che finanzia ormai da quasi un decennio le attività e il proselitismo. Non sfugge ai più che la Libia è Paese strategico non solo per l’Occidente, di cui è primo dirimpettaio e principale ”hub” migratorio di massa, ma anche per le potenze nordafricane moderate, come Marocco, Tunisia ed Egitto che non vedono certo di buon occhio la possibile virata ”estremista” di Tripoli, in virtù di un equilibrio della sponda sud del Mediterraneo ottenuto a costo di grandi sacrifici.

La mossa della Fratellanza di portare al-Mishri a capo del Consiglio di Stato è di certo una di quelle che denotano un cambio di passo nel ”caos stabile” della Libia, le cui sorti non sono ancora definite quanto a guida politica e ideologica; la presenza e la forza di Haftar, che in molti si sono affrettati a dichiarare morto sulla base di un tweet inducono la Fratellanza ad accelerare il passo, scoprendo però inevitabilmente il fianco alla comprensione della strategia.

Un’operazione che ricorda molto le risultanze di quella anti-Gheddafi, con Mustafa Jalil nominato leader del Cnt non daL suo popolo ma dall’Occidente di modo da presentare una faccia ”pulita” al mondo come transizione: la foto di Jalil in mezzo a Cameron e Sarkozy (sì, sempre lui) a Tripoli, festanti e vittoriosi, dovrebbe rammentare a tutti che operazioni come questa sono sempre l’anticamera del fallimento. Quando non, come nel caso della Libia, del disastro. In relazione a fatti come questo e alla strategia della Fratellanza l’Occidente deve scegliere con chi stare: con gli estremisti foraggiati dal Qatar oppure con la stabilità di un uomo forte e con il quale davvero studiare forme di collaborazione inter-mediterranea. La Libia è davanti all’Italia e nonostante il calo degli sbarchi, le ondate incontrollate degli anni scorsi stanno sempre lì a ricordarcelo.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 17 Aprile 2018