Il giovane algerino pronto a colpire farà un percorso di deradicalizzazione presso un imam. Di cui al momento non si conosce nulla. Chi è? Di che nazionalità è? Quale corrente dell’Islam professa e insegna? Affidarsi ad un imam di cui non è dato sapere nulla in tema di convinzioni non è lungimirante. E’ un’incompetenza che ha già fatto dire alla Francia che la deradicalizzazione ha fallito.

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Radicalizzazione e de-radicalizzazione, un binomio di cui finora si è sempre sentito parlare molto poco e che dopo l’arresto del sedicenne italo-algerino che attraverso la chat del canale di Telegram dedicato al Califfato riusciva a gestire due gruppi di propaganda in favore dell’Isis, è tornato alla ribalta. Il giovane, secondo le risultanze delle indagini oltre che all’attività telematica di cyber propaganda radicalista si stava auto-formando nella preparazione di ordigni artigianali ed era, questo dicono gli inquirenti, pronto a realizzare un dispositivo rudimentale per compiere un’azione presso la sua scuola.

Ma non è questo a necessitare una riflessione diversa da quelle già portate avanti relativamente ad altri casi simili, bensì la strada che per lui è stata scelta e cioé un percorso di de-radicalizzazione con un imam. Di cui al momento non si conosce nulla. Chi è? Di che nazionalità è? Quale corrente dell’Islam professa e insegna? Quali i limiti della sua azione sul giovane? Presso quale moschea è stato selezionato? Da chi è frequentata? Tutte domande a cui, per il momento, non è possibile rispondere e c’è da chiedersi a chi sia venuta l’idea di sottoporre il ragazzo, che viene descritto già profondamente radicalizzato, ad un percorso del genere con un personaggio pressoché sconosciuto.

Una considerazione semplice, di carattere geografico e geopolitico ad esempio ci dice che potrebbe creare qualche problema associare un imam marocchino ad un soggetto di origine algerina, visto il clima non favorevole da anni in corso fra i due Paesi. È un imam somalo? O piuttosto indonesiano? La domanda non è campata in aria, perché non poche volte abbiamo assistito alle ”performance” di sedicenti imam fai da te capaci di diffondere una versione religiosa agghiacciante, che più lontana dal dettato originale non c’è.

La de-radicalizzazione è una cosa seria, va messa in campo con professionisti formati e specializzati. Ho avuto la fortuna di portare avanti dei corsi in tal senso presso la Penitenziaria, con l’ausilio di personalità scientifiche di altissimo profilo che hanno spiegato come si ‘eradica’ una convinzione di morte dalla mente di una persona. Affidarsi ad un imam di cui al momento non è dato sapere nulla in tema di convinzioni e di modalità di insegnamento non mi pare, visto il personaggio che si va a trattare, una scelta di grande lungimiranza.

Un esempio? Quello della Francia, dove è stata la senatrice Esther Benbassa che dopo aver co-guidato una commissione per valutare l’esperienza della de-radicalizzazione con imam così si è espressa: ”Ad oggi la deradicalizzazione in Francia è un vero fallimento”, condendo la sua affermazione con l’espressione ”principianti allo sbaraglio”. Non conoscere il fenomeno del proselitismo made in Fratellanza Musulmana, le sue origini e la sua metamorfosi rischia solo di stoppare per un po’ di tempo qualcuno che quando avrà finito il percorso non avrà intaccato di un millimetro il suo radicalismo.

Con un’età di radicalizzazione che, come abbiamo visto da Torino a quest’ultimo fenomeno, si abbassa sempre più, come testimonia l’inchiesta francese ”La Tentation Radicale” che fotografa l’estremizzazione giovanile già nel periodo in cui si è fra i banchi di scuola. Dove il ragazzo radicalizzato dovrebbe tornare praticamente subito, senza che il percorso sia nemmeno stato valutato. Scelta che lascia sgomenti, specialmente in relazione ai provvedimenti presi nel frattempo nei suoi confronti. Radicalizzato, torna fra i banchi di scuola. Quale sia la ratio della decisione, non è dato capire.

Da La Nuova Bussola Quotidiana del 10/04/2018