La strage di Pasqua in Nigeria (20 morti e 100 feriti) è opera del redivivo movimento jihadista Boko Haram. Tutt’altro che morto, si sta riorganizzando e i video dimostra che è anche ben equipaggiato, come un vero esercito. I soldi da dove arrivano? Il Qatar è ancora una volta il principale indiziato.

Photo (c): La Nuova Bq.it

Dovremmo chiamarla la ‘strage di Pasqua’ anche se, a giudicare dalla risonanza praticamente nulla data dalla grande stampa mainstream alla faccenda dovremmo parlare di ‘strage del trafiletto’, visto che più di quello non si è ritenuto di dovergli dare come copertura. Forse perché si tratta di ‘solo’ 20 morti e quasi 100 feriti? Forse perché non interessa che si giochi al massacro dei pochi cristiani rimasti? Forse perché qualcuno aveva davvero creduto alle farneticanti notizie sulla fine di Boko Haram e del suo leader Abubakar Shekau? O forse perché a parlare di movimenti jihadisti lautamente finanziati da ben note entità statali c’è sempre qualche ritrosia? Boko Haram infatti è una realtà viva e vegeta, che ancora oggi gode di fondi e di approvvigionamenti che si legano a doppio filo alle istituzioni caritatevoli qatarine, alla Eid Charity in cui ci si imbatte navigando e cercando notizie in rete, che tramite le sue donazioni ufficialmente sostiene economicamente chi è in difficoltà. Ma se andiamo a mettere in combinazione il fatto delle ingenti donazioni a realtà nigeriane con quanto si può vedere nelle immagini recenti di Boko Haram qualche idea di dove finisca una grossa parte di questi denari sicuramente ce la si può fare; i miliziani dell’organizzazione terroristica sembrano, a vederli oggi, tutto tranne che soggetti la cui clandestinità si svolge in ambienti difficili come le foreste africane: divise in stile militare, scarponi di tutto rispetto, armamenti idem come sopra.

Il ricordo corre subito alle prime immagini di Isis, dove tutti ebbero la medesima sensazione di lottare contro un vero e proprio esercito, le cui vere velleità e potenzialità sono emerse non appena l’iniziale fiume di denari stranieri si è tramutato in un ruscello. Non pochi fondi qatarini arrivano in Nigeria, questo i media e gli osservatori internazionali lo dicono da tempo, e travalicano la destinazione ufficiale per trasferirsi nelle casse del movimento jihadista, come del resto accade ormai da anni in vari quadranti del mondo da Al Nusra in Siria, passando per le sigle libiche e i vari proselitisti sparsi in Occidente.

Ora è il momento di capire chi e perché non vuole spezzare questo doppio gioco, questo meccanismo vizioso che causa instabilità in mezzo mondo; perché se è vero che l’economia non guarda certo a dinamiche come queste per tessere le sue tele (e anche su questo si potrebbe discutere a ragion veduta) è altrettanto vero che se non si mette il Qatar di fronte alle sue responsabilità la partita diventa più ardua di quanto si possa pensare; se non si sbarra la strada ai finanziamenti che questo Stato, ormai ritenuto da moltissimi ‘canaglia’, non si potrà mai spezzare il filo del jihad e dell’instabilità che da esso deriva nelle aree oggi toccate dal fenomeno e in Occidente. Deve finire l’era degli schiavi dell’orrore al guinzaglio del padrone oscuro, della manovalanza che fa il lavoro sporco per chi non appare mai. E intanto innocenti continuano a morire dovunque il mostro allunghi le sue spire. Nel silenzio assordante di Onu, UE, Nato e di chi ancora vuole convincere l’opinione pubblica che il jihadismo e il proselitismo terrorista si alimentino da soli. Fine dei fondi, fine del jihad. Equazione semplice, anche se il pensiero unico studia su libri dove le equazioni non sono contemplate, perché danno la verità come risultato.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 04 Aprile 2018