Un incontro per puntare il faro su un fenomeno pressoché sconosciuto, spesso sottovalutato dai media tradizionali: il jihadismo al femminile, il fenomeo delle foreign fighers occidentali e delle ”soldatesse del Califfatto”. Riuniti nella cornice suggestiva della Fondazione Primoli a Roma, gremita di pubblico, esperti, giornalisti e analisti di settore hanno messo sul piatto conoscenze ed esperienze sul campo, tentando di dare una forma a dati e fatti sul tema; a far da ‘capo cordata’ il Centro Studi Averroè, che ha organizzato e coordinato l’incontro camminando sulla linea della conoscenza, del capire cos’è il fondamentalismo di matrice jihadista/islamista della Fratellanza Musulmana e operare affinché le maglie di questo fenomeno non si allarghino ulteriormente.

E in questo contesto sviscerare e approfondire la cosiddetta ‘’questione femminile’’, cioè che ruolo hanno avuto e continuano ad avere le donne nella formazione di ambienti jihadisti, di realtà totalmente radicalizzate”. Al centro del dibattito in programma, dunque le vicende femminili all’interno della galassia jihadist su cui i media e la stampa sono mediamente poco informati; poco rilievo se non zero, infatti, è stato dato alle storie della cosiddetta ‘’brigata Al-Khansa’’, cioè quel gruppo scelto di donne nel territorio dello Stato Islamico destinato a controllare, con azioni che si possono definire di polizia religiosa, il rigido rispetto dei precetti fondamentalisti da parte delle donne che in quel territorio risiedevano.

Oppure delle foreign-fighters partite dall’Europa per unirsi a mariti o compagni già nei teatri di jihad come, fra le moltissime altre, l’italiana Fatima Sergio, balzata alle cronache tempo fa. Il fenomeno jihadista è anche, quindi, e in parte non piccola appannaggio della componente femminile che vede le sue fila dividersi fra mogli di martiri e miliziani e vere e proprie teste pensanti che collaborano alla gestione della rete jihadista. Ad alternarsi nel dibattito, moderato dalla giornalista de Il Tempo Francesca Musacchio, esperti e analisti, giornalisti e commentatori, la cui opinione ha allargato lo sguardo da come una donna diventa jihadista, radicalizzandosi, a come può uscire da questo percorso. Ha chiuso l’incontro, prima della consegna dei premi Averroè ”Ambasciatori di Pace”, la giornalista ed esperta di jihadismo Souad Sbai: ”In un mese di ricorrenze inutili parliamo di donne e jihad: non dobbiamo avere paura di analizzare un fenomeno preoccupante: il jihadismo al femminile in Occidente, in Italia. È un dovere che sentiamo forte: parlare con chiarezza e senza remore o paure, perché sono fra noi e moltissimi altri foreign fighters stanno tornando. E qui li attendono i proselitisti della fratellanza musulmana per finire il lavoro”.

da Almaghrebiya.it del 22 Marzo 2018