Solito siparietto: l’8 marzo va in scena la grande festa delle femministe, con la loro continua guerra contro l’uomo. Ma vengono dimenticate le donne che soffrono per davvero, in Iran, nel Maghreb e nelle comunità di immigrati in Italia, tuttora costrette a obbedire a leggi religiose e tribali.

Photo (c) La Nuova Bussola Quotidiana

Il day after 8 marzo è sempre un misto di desolazione e constatazione del non senso. E non è casuale questa definizione visto che davvero oggi, visto da fuori, un 8 marzo così non ha davvero più alcun motivo di esistere. Non perché sia politicizzato, o meglio ideologizzato perché lo è sempre stato almeno nel nostro Paese, bensì perché non si vede ormai da anni donne manifestare per le donne. Per tutte le donne.

Facciamo alcuni esempi, lontani e vicini. In Iran una ragazza viene condannata a due anni per aver tolto il velo per qualche minuto, ma non viene considerata degna di attenzione o di difesa. Il 60% delle bambine di origine maghrebina in Italia non frequentano la scuola dell’obbligo e non sapremo probabilmente mai che fine faranno. Anche qui silenzio totale, perché altrimenti qualcuno si offende. E poi le spose bambine, la recrudescenza dell’infibulazione e chi più ne ha ne metta. Si dirà ”si manifesta per tutto”: eh no le cose vanno chiamate per nome altrimenti non è ”tutte le donne” ma solo ”alcune donne”, quelle che al femminismo salottiero attuale fa comodo difendere. Il pensiero unico ci raccomanda di non disturbare le ”tradizioni” di altri Paesi, e di distruggere quelle nazionali, dunque non c’è di che stupirsi, ma la cosa va denunciata ugualmente. Del resto questo tipo di femminismo, ideologizzato fino all’osso, cosa ha portato per le donne in Iran o in Afghanistan? Nulla di nulla. Un deserto di valori e di contenuti difficile anche da descrivere. Fatto sta che ogni rivoluzione o sommovimento oscurantista viene salutato dall’elite femminista come una liberazione, salvo poi tacere in maniera criminogena sugli effetti di quelle rivoluzioni: khomeinismo spietato a Teheran, talebani e burqa a Kabul.

Quello andato in scena ieri, con le vedette della neonata guerra contro tutti gli uomini, è un triste siparietto di modernità bislacca, fasulla, plastificata da parole inglesi e hashtag violenti: insomma, una cosa che non ci azzecca niente con la grandiosa figura della donna nella storia. Le grandi donne hanno sempre lavorato per unire, per costruire e per amare: non per dividere, distruggere e odiare. Ma vallo a spiegare a chi fa della crociata contro l’uomo molestatore una ragione di vita, vagli a dire che per costruirsi un’immagine duratura non serve nemmeno questo. Si dia un’occhiata alla misera campagna elettorale portata avanti da alcune formazioni che hanno puntato sull’antifascismo in assenza di fascismo. E ai risultati ottenuti. Ecco, dopo aver ragionato su tutto questo ci si sveglia il 9 marzo e come associazione ci si sente soli. Come prima per carità, ma ancora più soli nella denuncia della mancanza di centri antiviolenza; per carità lo diciamo oggi così nessuno si risente e ci dice che le molestie alle attrici sono più importanti.

Chiudiamo con il surreale sciopero indetto per l’8 marzo, con donne che per questa follia comunicativa hanno perso un giorno di lavoro o addirittura hanno dovuto pagare di tasca propria un taxi. Già, perché oggi il lavoro è sempre garantito e le tasche sono piene. Ma alle femministe questo non interessa, perché ogni donna licenziata o in miseria è per loro una manna, che alimenta in un gioco inquietante una propaganda stantìa e ormai nauseabonda.

da La Nuova Bussola Quotidiana