Dopo i fatti di sangue di Sidney è tornato di moda il «lupo solitario», per descrivere l’azione di un terrorista capace di agire in maniera eclatante e soprattutto autonoma. Come sempre, però, la gestione semantica delle cose deve essere suffragata dai fatti, che per uno storico o un giornalista dovrebbero essere il pane quotidiano; è la cronaca a smentire la teoria del lupo solitario: in poche ore in Pakistan la furia talebana massacra più di 150 ragazzi e nello Yemen due autobombe fanno strage di bambine. E Isis annuncia via Twitter che altri attacchi «in stile Sidney» avranno luogo. Lupi solitari sicuramente ce ne sono, anche in Italia dove non basta pubblicare iniziali di nomi e cognomi per delineare un quadro ancora incerto, e dove al proselitismo si accosta una crescente tendenza ad essere autodidatti in materia di jihadismo. Tendenza esplosa clamorosamente nel biennio 2012/2013, in concomitanza con l’acuirsi della guerra in Siria che ha richiesto sempre più miliziani da tutto il mondo. Ed è a quel lasso di tempo che dobbiamo guardare, e a chi ha finanziato il proselitismo, e alle spinte che portano non verso l’Italia, seppure «attenzionata» dal jihadismo, ma verso Est: Russia e Cina. 29 Novembre, attentato nello Xinjiang, regione cinese che vede la presenza della minoranza islamica degli Uighuri. iltempo. Bilancio quindici morti e quattordici feriti. 4 Dicembre, attentato a Grozny, Cecenia, dieci poliziotti, nove terroristi e un civile morti. Non sono «lupi solitari», sono un branco che marca ogni giorno i confini del suo enorme territorio.