Jihadismo occidentale, jihadismo europeo. Un binomio che alle orecchie dei più rimane di difficile comprensione, tanta è stata la disinformazione circolata sui media dall’inizio del conflitto siriano, quello che più di tutti ha attratto miliziani e mercenari del jihad; migliaia di
europei, per lo più convertiti radicali, ha preso la via verso Damasco. Il 2 Maggio la Francia espelleva un algerino di 37 anni, accusato di reclutare jihadisti francesi da mandare sul fronte siriano; ovviamente l’ho appreso da France 24 perché in Italia questa notizia pareva non fosse mai stata battuta. Nessuno stupore, dunque, se nei nostri confini
si ignora totalmente il concetto di «jihadista europeo». Personaggi spesso insospettabili, sconosciuti allo Stato e alle Forze dell’Ordine, attenti a non dare nell’occhio e a poter, in questo modo, scomparire in maniera altrettanto silenziosa ed efficace facendo perdere le
proprie tracce. La loro psicologia è un rompicapo dalle mille sfaccettature; in molti, soprattutto per tentare una goffa quanto inaccettabile giustificazione delle conversioni al jihadismo, parlano di «disagio sociale» legato all’immigrazione clandestina, eludendo la
problematica psicologica. Se le cifre parlano di quasi ventimila europei partiti per la jihad in Siria, questo concetto non regge dall’inizio. Qualche esempio? Deso Dogg, rapper miliardario tedesco, Giuliano Delnevo, giovane italiano originario di Genova entrambi
morti in Siria. O Anas el Abboubi, rapper di origine marocchina ma bresciano da quando ha 7 anni, partito e scomparso nel nulla come tanti altri. Esiste un sostrato di fine psicologia, e con ogni probabilità degli esperti pagati, dietro al convincimento di un uomo
ad andare al massacro; la metamorfosi avviene in poche settimane, tramite un indottrinamento a tappe forzate fra moschee fai da te e forum estremisti sul web, dopo il
quale ci si trova di fronte ad un blocco di carne programmata, la cui mente è totalmente ottenebrata. Tre sono i canali attraverso cui si diviene «jihadisti europei»: come cani sciolti, con la Dawa (proselitismo attivo) e con i gruppi salafiti. L’esito è però sempre
identico, viaggio per la Siria che il più delle volte è di sola andata. E se c’è il ritorno, poi, le cose si fanno ancora più pericolose. Il reclutamento avanza di pari passo con ilproselitismo nel nostro Paese e il vizio italiano della disattenzione che si risveglia solo dopo il botto non si smentisce nemmeno in questo caso. Basti pensare che su richiesta di
un presidente di Regione si invita il Qatar a realizzare a Lampedusa una «cittadella islamica» e a Milano, con i soldi dell’Expo, si vorrebbe realizzare una moschea dalle mille ombre e dal costo di oltre dieci milioni di euro. iltempo. L’Italia deve aprire gli occhi e ragionare su un modus operandi alla francese, dove ogni minima avvisaglia di pericolo diventa motivo
di controlli e, nel caso, di espulsioni senza appello, per chi recluta sul territorio nazionale odio e jihadismo.