In questi giorni i media si sono molto dedicati alle donne che combattono con Isis, niqab e kalashnikov in braccio, scegliendo l’inferno del jihadismo e divenendo parte integrante dell’esercito del terrore. In parte convertite dall’Occidente, cui viene instillato un odio
senza confini, arrivano fino alla morbosa volontà di sgozzare un occidentale con un coltello. In netta contrapposizione ad esse, le donne soldato curde, che combattono e spesso perdono la vita contro i terroristi salafiti di Isis; la loro morte, per decapitazione come nella migliore delle vigliacche tradizioni di questi fanatici estremisti, ha fatto parlare
il mondo. Io non sono sorpresa dal loro coraggio né scioccata dalla fine che hanno fatto loro fare. In primo luogo perché conosco a fondo la fierezza e il senso di libertà delle
donne e degli uomini di quel quadrante, che preferiscono morire piuttosto che sottomettersi ad un regime integralista di stampo salafita e in secondo luogo perché la loro battaglia in nulla differisce da quella che tantissime donne straniere conducono qui, nella sonnolenta Italia degli anni duemiladieci, prona ad un multiculturalismo che le uccide
prima ancora di sbarcare sul nostro suolo; potrei fare mille e mille nomi, da Sanaa Dafani, sgozzata dal padre perché innamorata di un italiano, a Hina Saleem, lapidata in giardino dalla famiglia perché troppo “occidentale” o Rachida Rida, massacrata a martellate dal
marito perché convertita al cristianesimo. Io ho toccato con mano le loro battaglie, da vive e da morte, e so che non c’è differenza fra chi sfugge dall’estremismo e lo combatte con le armi che ha a disposizione, in qualsiasi luogo ci si trovi. A tutte queste donne, al di qua
e al di là dei nostri confini, è comune un coraggio straordinario, che le spinge anche a rischio della propria vita a porsi anima e corpo contro la barbarie, contro l’oppressione, contro il ritorno di un passato oscurantista e violento. Hanno il coraggio di combattere per
essere ancora donne libere. Le donne curde che indossano un’uniforme e imbracciano un fucile o una mitragliatrice in nulla differiscono dalle donne che in Italia e in Europa subiscono il martirio pur di non abbassare la testa, di non coprirsi il volto con un velo imposto con la forza o di non essere vendute come spose bambine. Non mi stupisce, lo
ribadisco, nemmeno la morte che viene loro riservata, perché conosco quanto grande può essere la forza del loro messaggio; la morte con coraggio, questo gli estremisti lo
sanno bene, conquista più cuori di quanti loro mai ne possano uccidere, ed è così che la crudeltà aumenta fino a divenire disumana barbarie. Gli estremisti hanno paura delle
donne, e quando esse sono libere e pensanti la paura diventa terrore. Le donne curde che combattono contro Isis, le donne straniere che lottano in Italia contro l’estremismo dilagante, le madri che si fanno uccidere per proteggere i propri figli da un destino di
morte sono l’incubo peggiore del jihadismo internazionale, che vive di sottomissione e di negazione dell’essenza stessa delle donne. iltempo. Condizione che in verità molte benpensanti salottiere di questo Paese hanno accettato con disinvoltura come pensiero dominante: del resto, chi per decenni ha costretto la donna in un recinto ideologico, ostaggio di un
vetero femminismo di cartapesta, certo preferisce una donna in burqa ad una fiera combattente, il cui coraggio obbliga il boia ad ucciderla perché sa che non riuscirà mai a renderla schiava.