In molti (e soprattutto molte) gioiscono per la ‘concessione’ del re alle donne saudite di poter guidare. Ma è fumo negli occhi, l’Arabia Saudita rimane per le donne sempre e comunque un regime di semi-prigionia.

di Souad Sbai

In molti (e soprattutto molte) gioiscono per la ‘concessione’ del re alle donne saudite di poter guidare. Confesso di aver provato anch’io felicità. Ma per pochi secondi. Già il fatto che sia una concessione, nel 2017, spegne quasi immediatamente la mia soddisfazione e la tramuta in acredine. Già, perché difficilmente mi lascio abbindolare da una conquista che dovrebbe essere, oggi, qualcosa di acquisito da anni e a differenza di altri personaggi (qualcuno direbbe ‘personagge’ per paura di essere tacciato di sessismo) non ho mai esultato perché ad una donna o a un gruppo di donne viene tolto un anello dalla secolare catena che le imprigiona.

Perché quella rimane, intendiamoci subito; in Arabia Saudita, nonostante le ‘aperture’ di re Salman dal 2015 ad oggi, la donna non può uscire se non accompagnata da un membro maschio della famiglia, non può operarsi senza consenso del marito (che se dice “no” quindi la donna muore), non possono svolgere determinati lavori e potrei andare avanti per pagine intere, seguendo le varie fatwe emesse da qualunque sceicco o predicatore negli anni. Il ‘codice di abbigliamento’, ovviamente, è quello più evidente, con il niqab di stretta osservanza e nemmeno un millimetro di pelle esposta alla luce.

Bel risultato la guida, sicuramente, ma per chi? Per donne di cui non è nemmeno possibile la riconoscibilità per strada? La cui vita e morte sono in mano di mariti e parenti (maschi)? Non si prenda la mia per incapacità di vedere che questo re è diverso dagli altri, ma mi si permetta di dire che lo è sempre e solo in superficie, per ora; quando ci saranno le vere riforme per le donne, allora sì che gioirò e potrò dire «’le donne saudite si stanno liberando». Il fumo negli occhi non mi inganna, l’Arabia Saudita rimane per le donne sempre e comunque un regime di semi-prigionia, dove i diritti sono costantemente violati e le parole di un predicatore estremista imbevuto di wahhabismo delirante valgono più della crudele sorte di moltissime donne praticamente invisibili.

Allora va bene la guida, va bene entrare allo stadio, va bene la politica dei piccoli passi ma non mi si venga a dire che questa è strada verso la libertà: la libertà è un’altra cosa, nonostante quel che dicono le pseudo-femministe nostrane che non si accorgono nemmeno di quel che vivono le nostre donne, qui in Italia. Figurarsi se possono, o hanno la fantasia, di capire l’inferno che passano le saudite da sempre.

A queste signore è difficile spiegare che per noi, che le donne umiliate e violate le tocchiamo con mano e le accarezziamo ogni giorno, il passo è sempre quello di chiedere di più, di volere libertà vera. Per loro guidare un’auto è libertà, certo. Per me no, per me è un piccolo avanzamento, quasi impercettibile che rischia come sempre di fermarsi qui. Una caramella, come ebbi a dire anni fa, dal gusto amaro. Immagino già i governi che da sempre fanno affari con il regno saudita, congratularsi con Riad per l’apertura, per la ‘concessione’.lanuovabussolaquotidiana.

Le donne in Arabia Saudita guideranno (non da oggi ma da giugno prossimo…), bene: ma per andare dove? Per incontrare chi? La catena rimane, un anello in meno non fa libertà.

da La Nuova Bussola Quotidiana del 28/09/2017