Tra narcotrafficanti sudamericani e terrorismo islamico c’è un profondo e radicato rapporto da cui si ricavano i soldi per la jihad.

di Souad Sbai

Dopo il primo attentato di matrice islamica avvenuto nel 1992 a Buenos Aires in America Latina, la Triplice Frontiera, regione di confine di tre Paesi (Tri-Border Area, TBA, Argentina, Brasile e Paraguay), è diventata un’area franca per i traffici illeciti e una base di appoggio per i terroristi legati all’estremismo islamico.

La zona del Sud America e dei Caraibi, che conta 940mila musulmani, è un’area di finanziamento e di supporto ideologico all’Isis e ad altri gruppi terroristici in Medio Oriente. I Movimenti di Hezbollah, di al Qaeda, di resistenza islamica (Harakat al-Muqawamah al-Islamiyya – Hamas), e il gruppo del Al-jam al-Islamiyya, ricavano ingenti profitti da alcune attività illecite, come il traffico di droga, la contraffazione, il riciclaggio di denaro, ed organizzano dei campi di addestramento fornendo un supporto logistico per futuri attentati terroristici. Tutto questo grazie alla copertura della criminalità organizzata che si avvale, a sua volta, di una rete ben ramificata di attività contrarie alla legge che li protegge e li fa sentire sempre più forti.

I proventi derivanti dalle attività illecite e criminali costituiscono i fondi per poter finanziare le organizzazioni terroristiche. Il denaro ricavato dalle attività illegali viene infatti utilizzato dai gruppi terroristici per sostenere ed espandere i loro network, le loro operazioni, esercitare il proselitismo attraverso la dawa ed incitare al jihad. I gruppi estremisti islamici stanno creando una base operativa che permette loro di raccogliere fondi e reclutare nuove giovani leve. All’interno del TBA, Hezbollah continua ad estendersi, ramificandosi nella regione e a ricavare tra i 70 e i 120 milioni di dollari l’anno attraverso le attività illegali in America Latina.

Il terrorismo di matrice islamica si è infiltrato nella zona della Triplice Frontiera attraverso cellule apparentemente dormienti che invece svolgono attività logistiche nonché di supporto finanziario.

L’International Intelligence Community ritiene che parte degli attentati dell’11 settembre 2001 possano essere stati pianificati ed organizzati all’interno di una casa nel bario di Villa Perola nella città di Foz d’Iguaçu nello stato del Paranà in Brasile. I gruppi terroristici utilizzano le moschee, presenti a Foz do Iguaçu e a Ciudad del Este, come luoghi di reclutamento per formare e arruolare jihadisti pronti ad abbracciare la loro causa ma anche come luoghi di incontro per fare proselitismo.

Le carceri sudamericane sovraffollate di detenuti e le fatiscenti favelas favoriscono il reclutamento e alimentano i processi di  radicalizzazione. Lo stato islamico si è attivato anche in America Latina per reclutare e radicalizzare sempre più membri. Sono infatti più di 300 i foreign fighters che, soprattutto da Trinidad e Tobago, sono andati a combattere nelle file dell’Isis. La presenza dei narcos facilita i contatti e i legami per il rifornimento di armi, documenti e il riciclaggio di denaro.

Le organizzazione jihadiste presenti in America Latina vogliono rendere il Brasile, che conta 70mila musulmani, un luogo dove esse possano strutturarsi, pianificare e progettare azioni, e soprattutto finanziarsi. Già nel 2000 erano emersi segnali di pericolo, forse non presi in debito conto; le agenzie d’intelligence avevano raccolto materiale relativo ai rapporti fra alcuni trafficanti internazionali (i “Matutos”) brasiliani e paraguayani, con membri degli Hezbollah riguardo a spedizioni di stupefacenti con i Paesi della costa ovest dell’Africa con il supporto delle organizzazioni di narcotrafficanti e narcoterroristi dell’Angola, del Cape Verde, della Guinea, della Guinea-Bissau, della Nigeria e del Ghana.

Mohsen Rabbani, leader organizzativo degli Hezbollah in America Latina, secondo fonti dell’Abin, sarebbe il responsabile dell’arruolamento di alcuni brasiliani convertiti all’islam, residenti a Rio de Janeiro, Curitiba e in alcuni stati del Nord-Est, e addestrati in Iran nel 2010. Mohsen Rabbani inoltre godeva del supporto di Chekry Mahmud Harb, il leader degli Hezbollah in Colombia che è riuscito ad aumentare i proventi dell’organizzazione terroristica di circa il 16 per cento favorendo il traffico di cocaina, il contrabbando di armi, con ramificazioni in Brasile, Paraguay, Venezuela, Panama, Usa, Canada, Libano, Hong Kong, Europa.

Ogni anno, le organizzazioni narco-terroristiche africane legate ad al Qaeda e agli Hezbollah trasportano in Africa tra le 30 e le 100 tonnellate di cocaina provenienti dall’America Latina. Secondo l’Unodc (United Nations Office of Drugs & Crime) il 15 per cento della cocaina esportata illegalmente dall’America Latina verso l’Europa, passa attraverso il Brasile per arrivare in Africa. Il Brasile è diventato il punto nevralgico per la spedizione e l’esportazione di sostanze stupefacenti in Africa.

Tra il 2005 e il 2009 gli scambi tra il Brasile e l’Angola, suo principale partner commerciale, sono aumentati del 183 per cento, passando da 520 milioni di dollari a 1,5 miliardi. Le organizzazioni di narco-terroristi della Nigeria sono state, anche loro, coinvolte nel traffico di stupefacenti dal Brasile già a partire dal 1970. Le agenzie di intelligence brasiliane ed internazionali hanno evidenziato che un aumento del traffico di stupefacenti con l’Africa può rendere il Paese più vulnerabile e, di conseguenza, favorire lo stanziamento delle reti terroristiche. La Drug Enforcement Administration ha definito l’Africa un potenziale centro di sviluppo del narcoterrorismo.

I trafficanti latinoamericani stanno infatti collaborando con al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) e con Hezbollah al fine di contrabbandare illegalmente droghe in Europa. Nel 2009, l’Unodc ha riferito al Consiglio di Sicurezza che le sostanze stupefacenti venivano scambiate tra “terroristi e forze anti-governative” per finanziare le loro iniziative. Nello stesso anno tre persone sostenitrici di al Qaeda sono state arrestate in Ghana.

Nel 2016 le autorità, attraverso l’operazione denominata “Hashtag”, hanno smantellato una cellula dell’Isis in Brasile. Oggi, l’Abin sta monitorando e controllando 100 possibili affiliati dell’Isis in tutto il territorio brasiliano, dai convertiti al radicalismo islamista, con un’età compresa tra i 20 e i 30 anni, la maggior parte residenti nella città di Sao Paolo. Ed è proprio a Sao Paolo, nel quartiere Bras, che è stato scoperto uno dei covi dell’Isis. ilsussidiario.

Certo i problemi non sono risolti, illegalità e terrorismo sono le due facce della stessa medaglia che si alimentano l’un l’altra. Bisogna eliminarle entrambe.

da Il Sussidiario.net del 14/04/2017