Con una decisione senza precedenti peri paesi a maggioranza islamica, il Marocco da oggi lascia libertà religiosa, anche di cambiare religione.

Rachida Rida

di Souad Sbai

La conversione ad una religione diversa dall’islam non è più considerata reato punibile con la pena capitale. Per la prima volta uno Stato musulmano riscrive le norme sull’apostasia dall’islam. Con una decisione senza precedenti, il Marocco ha scelto il pluralismo religioso nonché la libertà di abbracciare altre fedi. Annullando una fatwa emessa nel 2012, il Consiglio superiore degli Ulema del Marocco ha sancito che la pena di morte dovrebbe essere riservata a coloro che “tradiscono il loro Paese” e non a coloro che cambiano religione. In un documento intitolato “la Via degli Eruditi”, il Consiglio ha modificato la sua posizione sull’apostasia. E’ quanto riportato dal sito Morocco World News, in un articolo datato il 6 febbraio.

Conformemente ad un hadith, un racconto del profeta Maometto, e all’interpretazione tradizionale della giurisprudenza islamica, il Consiglio superiore degli Ulema aveva stabilito, nel 2012, che colui che “abbandona” la comunità musulmana merita la pena di morte. Tale posizione è stata contraddetta dal nuovo documento “La Via degli Eruditi” che permette di abbandonare la strada dell’islam e cambiare il proprio credo religioso. Inoltre, la fatwa ridefinisce i principi dell’apostasia considerata non una questione religiosa ma politica, riconducendola all’alto tradimento.

Secondo gli insegnamenti di Sufyan Al-Thawri, studioso islamico e redattore di hadith, l’apostata, detto il murtadd, non deve essere ucciso poiché “le uccisioni sono state compiute per ragioni politiche e non religiose. Maometto temeva che gli apostati rivelassero i segreti della comunità musulmana”. E’ con questa motivazione che il Consiglio superiore degli Ulema cambia la sua posizione e rinnega la precedente fatwa. Il Consiglio chiarisce che “l’interpretazione più accurata e la più coerente con la legislazione islamica e l’esempio del Profeta è che l’uccisione dell’apostata riguardi chi tradisce l’Umma (la comunità islamica), rivelandone i segreti, commettendo ciò che nel diritto internazionale è il tradimento”. La parola del Profeta “chi cambia religione, uccidetelo”, deve pertanto essere interpretata come riguardante colui che abbandona il proprio popolo. Il comitato ecclesiastico nota anche che il Corano parla di apostasia, di una giustizia divina e di una punizione nell’Aldilà, nella vita dopo la morte.

La decisione del Consiglio adottata nel 2012 ha prodotto una serie di perplessità. Il Marocco è, per tradizione, un Paese multiculturale e pluralista, aperto ad altre religioni. Negli ultimi anni, le anime clandestine marocchine che volevano convertirsi hanno lasciato il Paese “per evitare rischi”.

Il re Mohammed VI ha auspicato l’inserimento, nella Costituzione del 2011, del principio della libertà religiosa, scontrandosi con il PJD che non avrebbe votato una Costituzione “contenente una simile disposizione”. Il preambolo della Costituzione proclama la sottomissione della legislazione nazionale ai Trattati internazionali firmati dal Marocco e, di fatto, al diritto alla libertà di coscienza inclusa nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E fin qui va tutto bene. Ma il mio pensiero oggi va all’anima “clandestina” di Rachida, uccisa nel 2011 perché convertita al cristianesimo e non in una città imperiale marocchina, ma in una città importante dell’Emilia Romagna. Non mi sembra che qualcuno in terra cristiana si sia strappato le vesti per almeno ricordarla. Quel corpo è stato abbandonato in un obitorio per giorni e rifiutato da tutti. C’è davvero la libertà religiosa in Italia?

da Il Sussidiario.net del 11/02/2017