Souad Sbai

«La Tunisia ha tutte le caratteristiche per entrare nell’Ue», ha detto ieri il ministro dello sviluppo, investimenti e cooperazione internazionale della Tunisia, Fadhel Abdelkefi. Il Paese che ha dato il via alle «primavere arabe» strizza l’occhio a una Bruxelles in crisi di identità in questi tempi di Brexit ed euroscetticismo. D’altra parte, avranno pensato al di là del Canale di Sicilia, se può farlo la Turchia perché noi no? Ecco perché no. Nei vecchi tempi l’Italia aveva una politica estera particolarmente amichevole verso la sponda sud del Mediterraneo. I politici della Prima Repubblica avevano buoni rapporti con Algeria, Tunisia ed Egitto, con la Libia di Gheddafi si faceva un po’ di gioco delle parti (per mascherare i lucrosi affari con petrolio e armi) e perfino nei burrascosi rapporti fra Israele e Arafat, l’Italia pendeva per quest’ultimo. C’era tuttavia un filo conduttore tra queste relazioni: erano tenute con esponenti di un mondo arabo moderni, socialisti, laici. Ora che di quella stagione di progresso non è rimasto che il solo Assad in Siria a resistere contro la marea dell’integralismo e che l’ Italia è stata scalzata dalle sue posizioni geopolitiche nel Mediterraneo dai cari “alleati” euro-atlantici, ci si arrabatta come si può.

Per esempio tendendo la mano ai movimenti islamisti, come quello protagonista della “primavera araba” in Tunisia nel 2011, ma punito dagli elettori nelle elezioni del 2014: Ennahda. Il cui leader, Rashid Ghannushi, partito da posizioni “non-violente”, è finito per scivolare sulle (mancate) definizioni, quando per esempio ha pubblicamente rifiutato di considerare i militanti dell’ Isis “eretici” dell’ Islam. La primavera scorsa al congresso di Ennahda, partito tunisino dei Fratelli Musulmani, erano stati invitati anche Fabrizio Cicchitto e Pier Ferdinando Casini.

SVOLTA O MAQUILLAGE

Ghannushi è stato ricevuto ieri dalla Commissione Esteri in una conferenza nella quale si è fatta notare l’assenza dell’ambasciatore tunisino in Italia. Classe 1941, origini poverissime, ha passato molti anni nelle prigioni del regime di Bourguiba e in esilio sotto Ben Ali. Il suo partito, Ennahda, è oggi uno dei partiti d’opposizione. Ghannushi ha imposto al partito una svolta che per molti commentatori implica una separazione fra religione e politica, mentre per altri non è che un maquillage per dare un volto “democratico” alla scalata verso il potere dell’islamismo in Tunisia.

Non a caso Ennahda non parla più di rivoluzione araba e socialismo arabo ma di democrazia islamica. Uno spostamento dal nazionalismo, tipico della modernizzazione del mondo arabo, alla fede religiosa che segue le orme di Erdogan in Turchia. Secondo il politologo Olivier Roy «i riferimenti islamici non sono più norme coraniche o disposizioni della sharia. Questi riferimenti sono diventati valori», suggerendo un parallelo con i movimenti democristiani europei. Dimenticando che mentre il cristianesimo non è una religione politica, poiché la sua dottrina non prevede comandamenti politici, l’Islam è una fede altamente prescrittiva su questo fronte.

 

Tanto che fino a qualche anno fa i militanti di Ennahda propugnavano l’introduzione della sharia, la fine delle restrizioni alla poligamia e manifestavano simpatia per gli integralisti che avevano assaltato l’ambasciata Usa nel 2012. E tanto che nella conferenza alla Commissione Esteri Gannuschi ha evitato di rispondere a una domanda su uno dei punti di attrito più noti fra le premesse della democrazia – l’uguaglianza davanti alla legge fra uomo e donna – e le prescrizioni giuridiche del Corano, che sostengono la necessità di una disparità, nella fattispecie il differente trattamento nel diritto successorio fra l’ eredità che tocca alla donna e quella che spetta all’ uomo.

IL VOTO DEL 2017

Ora però, secondo Ghannushi, il vento sarebbe cambiato. Il suo partito, sconfitto alle elezioni del 2014 con la perdita di 7 punti e 20 parlamentari dopo aver governato tre anni, avrebbe annunciato una svolta in vista delle elezioni del 2017: la separazione fra religione e politica in un partito che si dichiara comunque «islamico». Quanto questa possa essere una realtà e non un cavallo di Troia per far penetrare l’islamismo nella Tunisia laica secondo la taqiyya, la «dissimulazione» dei propri intenti, lo vedremo nei prossimi anni. Un dubbio espresso dalla ricercatrice Valentina Colombo, tra i massimi esperti di questioni tunisine, durante l’incontro di ieri, incrociando le armi dialettiche con Casini, il quale è invece disposto a dare fiducia a una esperienza che ricorda mutatis mutandis la vecchia Dc. Intanto, occorre vigilare e far sì che una visita ufficiale come quella di Ghannushi alle istituzioni italiane non diventi un assegno in bianco a un partito la cui prospettiva è imitare la Turchia di Erdogan a sud del Canale di Sicilia.

da Libero Quotidiano del 21/10/2106