Andare a scuola per le ragazzine che provengono dalle comunità islamiche non è un diritto: la realtà è tutt’altra, come testimoniano i dati del Miur sui quali accende i riflettori il Corriere della sera con un articolo di Goffredo Buccini. “Egiziane e senegalesi, bangladesi e pakistane – scrive – alla soglia dell’adolescenza vengono ritirate (troppo) più spesso dei coetanei maschi, rinchiuse in casa, instradate su quel percorso che, statisticamente, ne trasforma poco dopo in Neet sette su dieci: giovani donne tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, «imparano a essere buone madri e buone casalinghe, perché questa percezione è tuttora ancorata profondamente», ammette Abdellah Redouane, segretario generale della Grande Moschea di Roma”. Il Corriere cita anche il rapporto del ministero dell’Istruzione secondo cui «il rischio di abbandono della scuola colpisce i ragazzi con background migratorio in misura maggiore degli italiani, nella scuola primaria come in quella secondaria: più dell’80 per cento dei ragazzi di origine straniera a rischio dispersione nelle scuole secondarie è rappresentato da ragazzi nati all’estero». E il commento del fenomeno è affidato a Souad Sbai(Lega): “In Italia gli egiziani sono molto radicali e vicini alla Fratellanza musulmana. Ma il problema non è solo egiziano. Tante bambine, anche marocchine, appena avuto il ciclo, vengono tolte da scuola e spesso rispedite in Marocco, dai nonni, per riconvertirle all’Islam. Poi tornano grandi, già sposate, raggiunte dal marito in ricongiungimento familiare. Ricordo Amina, le hanno fatto sposare il cugino in Marocco, aveva undici anni”.

da IlSecolod’Italia del 13/02/2016