In Francia alle elezioni di fine marzo si presenterà anche il Pej (Partito Uguaglianza e Giustizia). L’ideologia è quella della Fratellanza musulmana. E risponde a Erdogan.

di Souad Sbai

La storia insegna sempre, ma spesso gli studenti sono piuttosto disattenti. L’esempio algerino degli anni 90, della commistione fra politica ed estremismo, poteva dire molto ma l’occidente ha preferito non capire. L’estremismo organizzato muove le fila della sua azione anche e soprattutto a livello politico e usa, in Francia come in Belgio e in altri Paesi europei, la leva della parità di rappresentanza per insediarsi pienamente nelle strutture amministrative nazionali.

Del Belgio abbiamo spesso parlato evidenziando come amministratori ed esponenti politici appartenenti a partiti islamisti radicali siano ormai dappertutto nelle istituzioni, dai piccoli consigli comunali fino alle alte camere di rappresentanza, passando per organismi economici e consultivi di vario genere. Il tutto condito da sharia courts (tribunali sharitici pienamente tollerati) e quartieri dove vige la legge coranica e non quella dello Stato. A patto che di Stato, a quelle latitudini, ancora si possa parlare. Come si è giunti a questo? Grazie alla possibilità accordata a queste formazioni di nascere, crescere e presentarsi alle elezioni, andando a rastrellare tutti i voti di quelle comunità ormai estremizzate di cui il Belgio è disseminato in lungo e in largo.

Qualcuno lo aveva detto a chiare parole: “Con la vostra democrazia, vi conquisteremo”. Stessa cosa accade in Francia, dove alle elezioni di fine marzo si presenterà, oltre al già conosciuto partito islamico Umdf, anche il Pej (Partito Uguaglianza e Giustizia) la cui denominazione ha una sinistra assonanza con il partito Giustizia e Libertà egiziano, braccio politico dei Fratelli musulmani in Egitto poi dichiarato fuorilegge e sciolto.

Ma al di là delle assonanze vocali, è con un altro Paese che il Pej tesse rapporti più che di vicinanza, ovvero con la Turchia di Erdogan; molti dei membri del partito, infatti, sarebbero esponenti di spicco nel movimento Cojep che incarna a livello associativo le idee del presidente turco. Che usa, come in un gioco di domino, la diaspora turca nel mondo per creare piccoli partiti di ispirazione islamista. E come in un perfetto lavoro di copia e incolla, nel programma di Pej troviamo come punti prioritari l’abolizione del divieto di velo a scuola e del niqab in pubblico, l’istituzione della Festa del Sacrificio come festività nazionale francese e l’inserimento di menu halal nelle mense delle scuole. E la scuola, si sa, per il regime neo-ottomano di Erdogan è fondamentale, talmente fondamentale che un’insegnante nella città di Tokat si è rivolta alle allieve che non portano il velo dicendo loro che meritano di essere stuprate per questo, di essere trattate con crudeltà. Forse anche di questo avranno parlato, nell’incontro (non programmato) a porte chiuse ad Ankara, Erdogan e l’emiro del Qatar Al Thani, ma questo lo approfondiremo in altra sede.

A questo, dunque, e a ben altri esempi si ispirano molte delle formazioni politiche islamiste che nascono in questi anni in Europa, formalmente tutte improntate alla lotta contro l’islamofobia ma nella sostanza miranti ad insinuare sempre più ferocemente, tramite la sottile arte della dissimulazione, lo svuotamento dei principi basilari della società civile occidentale sostituiti abilmente dall’estremismo camuffato da richiesta di uguaglianza. Ma del resto, in un’Europa nella quale la dimensione politica è sempre più asservita a quella economica che è totalmente in mano agli oligarchi del Golfo, appare difficile tenere a bada i sommovimenti tellurici nell’universo islamico europeo; si sente, oggi come non mai, la mancanza di una classe dirigente musulmana moderata, spazzata via dalle campagne di fango e dalle violenze intellettuali e fisiche subite negli anni da parte di avversari, stampa e politica.

Ed ecco che emergono, con frequenza sempre più serrata, formazioni politiche di stampo islamista radicale che oggi non riescono ancora a raggiungere un congruo consenso ma che domani potrebbero vedere, in virtù di un’attività espansionistica costante, numeri preoccupanti capaci di influenzare le scelte e le politiche di governi e organizzazioni transnazionali complesse. Democrazia, rappresentatività e consenso: tre punti basilari della tradizione europea che oggi, nella crisi e nella debolezza generale, diventano per l’estremismo un formidabile grimaldello tramite il quale scardinare legalmente e senza particolari affanni la stessa società europea.

da Il Sussidiario.net del 17/03/2015