di Souad Sbai

Davanti alla nota stampa sull’incontro al Viminale fra il ministro Alfano e alcune realtà afferenti all’islam italiano mi è tornato alla mente Nietzsche, il suo “eterno ritorno dell’uguale” e ho ricordato a me stessa, per l’ennesima volta, che la storia si ripete sempre. Persino Averroè visse questa tragica altalena storica quando richiamava al primato della ragione mentre l’estremismo dilagava.  La storia ripetendosi riporta alla luce idee e persone che, uscite dalla porta, puntualmente rientrano dalla finestra. Sin dai tempi di Pisanu, Amato e Maroni la intricata matassa dell’islam italiano e dell’adesione di alcune sue ramificazioni a idee estremiste ha sempre portato con sé un dibattito accesissimo; a maggior ragione oggi, quando Isis è ormai di stanza in Libia e minaccia direttamente l’Italia portando il livello d’allarme interno ai massimi da qualche decennio a questa parte.

Al tavolo di incontro con il ministro ho visto personaggi di varia provenienza ed estrazione e mi sono fatta alcune domande soprattutto in relazione alle realtà da cui provengono alcuni di essi; prima di tutto quale sia il criterio di selezione nella scelta degli interlocutori con cui parlare, visto che di alcuni di essi al Viminale sono ben note le vicende alterne relative alla non accettazione della Carta dei Valori introdotta da Amato nella seconda Consulta per l’islam italiano. Altri hanno fatto costantemente dell’ambiguità il proprio stile di condotta, ondeggiando di qua e di là a seconda delle esigenze, dei tempi e delle circostanze. Altri ancora hanno tentato, fortunatamente senza successo, di silenziare con la forza o con proposte indecenti la protesta contro l’estremismo infiltratosi in Italia. Insomma, mi sfugge il criterio di selezione in base al quale sono stati scelti gli interlocutori che dovrebbero accompagnare lo Stato italiano nella gestione del rischio di jihadismo e di estremismo, peraltro già presente sul territorio ma fino a ieri totalmente ignorato.

Ho avuto, sempre osservando foto e leggendo note sull’incontro, la netta sensazione che non vi sia certezza su chi detta le regole e chi apporta il proprio contributo dall’esterno; chi chiede cosa a chi? E soprattutto qual è il prezzo per questo fantomatico “dialogo” di cui non conosciamo nulla se non qualche riga di circostanza condita dal solito e irritante richiamo al contrasto dell’islamofobia? Il problema sono l’islamofobia e l’intolleranza oppure la radicalizzazione nelle moschee fai da te e sul web? La questione, nonostante possa non sembrare, è squisitamente politica e su questo piano va affrontata: lo Stato deve dirci cosa vuole fare e come intende affrontare una dinamica già in atto ma ancora contrastabile.

Deve porre come cardine base e imprescindibile per ogni dialogo con l’eterogenea galassia dell’islam italiano il principio che la dimensione civile, della cittadinanza e del rispetto delle regole non è derogabile e che prima di essere fedeli si è cittadini. Prima di rispondere alla propria sfera spirituale si risponde a quella civica, dimostrando che non è pensabile né accettabile stare con i piedi qui e la testa in altri posti.

Certo qualcuno potrà argomentare che qui, in Italia, non abbiamo come in Belgio o in Inghilterra le sharia courts (tribunali sharitici tollerati e accettati) o i quartieri in stile talebano in cui la polizia nemmeno entra e in cui il niqab e il burqa sono la normalità quotidiana; ma la domanda da porsi è se questo sia un pericolo scongiurato oppure un passaggio che da noi ancora deve arrivare e al quale dobbiamo prepararci. Purtroppo non c’è stato modo di lasciar crescere intellettuali musulmani liberali e moderni, perché per anni ci si è colpevolmente crogiolati e accontentati delle battaglie dei moderati, uomini e donne, che senza protezione alcuna, denunciati, aggrediti e ostracizzati hanno bloccato un processo che pareva pressoché inarrestabile. Nel silenzio totale e sconcertante della politica tutta, con gli intellettuali “presunti” liberi che comandavano la macchina del fango. Un fango di cui certo si terrà conto quando alcuni dei personaggi seduti a quel tavolo mostreranno il loro vero volto e il dialogo si trasformerà in un prendere o lasciare, nel capestro di dover scegliere il male minore fra terrorismo Isis o fratellanza jihadista.

da Il Sussidiario.net del 25/02/2015