Chi direbbe che quanto accade tra Siria e Iraq è una conseguenza della guerra fredda? E che la jihad, assai più che a Parigi e Roma, punta a Mosca? Meno male che ha vinto Assad.

di Souad Sbai

Personalmente non ho mai creduto che con la caduta del Muro di Berlino, e il crollo dell’Unione Sovietica, la Guerra fredda fosse finita del tutto. La storia ci ricorda, ogni giorno, che le guerre vanno al di là del tempo e che le vittorie o le sconfitte si riferiscono alle battaglie, mai ai conflitti nel loro complesso: lo scontro semplicemente muta di forma e si trasferisce su altri piani, seguendo il corso del tempo. Oggi più che mai, tenendo lo sguardo fisso all’Europa (Russia compresa), agli Usa e al mondo arabo questo concetto si ripropone. C’è ancora un legame conflittuale forte fra i due estremi del mondo, gli Stati Uniti di Obama e la Russia di Putin, e non certo il passare degli anni ha affievolito il livore e la volontà di sopraffazione geopolitica che ne hanno animato nel tempo i rapporti; la primavera araba, sponsorizzata non solo dal Golfo ma anche dagli Usa, e la contemporanea crisi europea di cui i due soggetti sopracitati hanno tratto abnormi vantaggi, sono le vicende storiche che più di tutti spiegano l’evolversi di questo rapporto.

Più volte ho avuto modo di dire, anche su questo giornale, che l’obiettivo ultimo del jihadismo internazionale non è l’Europa occidentale, già di fatto infestata alle radici dal progetto dei Fratelli musulmani, bensì quella orientale e la Russia in particolare. Nessuna circostanza può spiegare meglio delle elezioni siriane questo nesso storico e politico: prendere Damasco era l’ultimo passo verso la conquista dell’Asia Minore e del Caucaso, per poi puntare dritti verso Mosca e il trono di Vladimir Putin.

La vittoria di Assad, sostenuto da Russia e Iran, ha però sparigliato le carte stoppando l’avanzata del jihadismo qaedista e dando vita ad Isis, che come possiamo vedere ha fermato il suo cammino nel territorio di congiunzione fra Siria e Iraq, sulla linea dei pozzi petroliferi. Con un califfo ormai pressoché scomparso dai radar e dato più volte per morto.

Il progetto di espansione dell’estremismo finanziato dai petrodollari del Golfo è fallito e porta con sé un oceano di conseguenze politiche. Nonostante la guerra con l’Ucraina e le conseguenti sanzioni europee, la Russia ha ripreso fiato e guarda ora ad Occidente per tentare di scalfire le alleanze basilari dell’Unione Europea: dal sostegno a Marine le Pen e Salvini, a capo di formazioni euroscettiche in grande ascesa in Francia e Italia, fino all’idea di sostenere anche l’ormai eletto premier greco Alexis Tsipras, che ha intenzione di spezzare le linee dell’austerità che hanno strozzato l’Europa. Se è vero che la miglior difesa è l’attacco, questo è un esempio che più lampante non si può.

Nel frattempo succede che le rivoluzioni in Nordafrica volute dal Golfo e dagli Usa falliscono definitivamente; l’Egitto caccia a furor di popolo l’élite dei Fratelli musulmani eleggendo presidente Al Sisi, e la Tunisia sotto la minaccia terroristica riesce ad eleggere un parlamento e un presidente laici, dando prova di una democrazia che ad Occidente non piace.

Forse perché non è il modello che ha “esportato” e che dunque può manovrare (specchio di come oggi — forse — vanno le cose anche da noi). Lo Yemen si ribella alla cappa dell’Arabia Saudita e sotto la spinta sciita si distacca nettamente da Riyadh, divenendo un pericolo da allarme rosso per la monarchia dei Saud. Che sanno di poter finire in un abbraccio potenzialmente mortale fra Isis, Iran, Siria e Yemen.

L’avanzata sciita è un segno che a quelle latitudini temono e fanno bene. Gli equilibri di potere e di forza tramite i quali oltreoceano si era pensato di poter definitivamente vincere la Guerra fredda braccando l’avversario e costringendolo alla resa stanno crollando e ora si rischia di vedere una profonda quanto violenta inversione di tendenza, con quelli che fino a ieri parevano sulla difensiva oggi intenti a contrattaccare e a riprendersi le posizioni perdute, e quelli che già sentivano la vittoria in tasca obbligati a difendere perfino l’uscio di casa propria. Damasco, Tunisi, Atene, Mosca, Riyadh, Washington e Berlino: tutti pezzi della stessa scacchiera ma su fronti opposti, a testimoniare ancora una volta che gli interpreti cambiano ma la brama dell’uomo per il potere rimane intatta nel tempo.

da IlSussidiario.net del 02/02/2015