Dopo l’allarme di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori lanciato dal ministro degli Esteri Gentiloni, si apprende che durante una rissa nel carcere di Padova alcuni detenuti di origine araba avrebbero inneggiato ad Allah e allo Stato Islamico. L’estremismo islamico si sta  infiltrando dentro le pieghe della delinquenza comune? E quali sono i rischi legati ad un’immigrazione di massa incontrollata? Intelligonews lo ha chiesto a Souad Sbai, giornalista ed ex parlamentare, presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia “Akmid-Donna”.

I ministri degli Esteri dei Paesi europei hanno lanciato il monito circa le infiltrazioni del terrorismo nel fenomeno migratorio. Meglio tardi che mai?

«Meno male che qualcuno se ne sta accorgendo, è un pericolo che denunciamo da tempo. Gentiloni avrebbe dovuto pronunciare queste parole in una conferenza stampa in Italia, come ha fatto il ministro dell’Interno francese che ha presentato un dossier sul terrorismo. Io credo che stiamo ancora sottovalutando la minaccia terroristica e i rischi connessi all’immigrazione incontrollata».

Ieri nel carcere di Padova si è verificata un’aggressione a due agenti da parte di un detenuto nordafricano. La rissa che ne è seguita è stata accompagnata dalle urla di detenuti di origine araba che avrebbero inneggiato all’Isis. Come commenta?

«Voglio prima verificare bene l’accaduto, perché sembra che i detenuti in questione fossero ubriachi ed è evidente che gli estremisti islamici non consumano alcolici, quindi potrebbe trattarsi di delinquenza comune. Ad ogni modo, la cosa non mi sorprende perché l’integralismo islamico ha investito molto sull’infiltrazione nelle carceri europee. Anche questo è un fenomeno già denunciato dalla sottoscritta. Molti condannati di origine araba entrano nelle carceri come delinquenti ed escono come estremisti. Invece di integrarli facendoli lavorare, si lascia che questi soggetti vengano indottrinati da associazioni che dietro la copertura del volontariato portano in carcere una lettura integralista del Corano. E’ un’attività iniziata almeno 10 anni fa e che è stata portata avanti da associazioni vicine agli ambienti salafiti che organizzano corsi di arabo e letture del Corano per i detenuti».

Numerosi condannati nordafricani chiedono di scontare la pena in Italia invece che nel loro Paese di origine…

«È chiaro, le vostre carceri sono degli alberghi rispetto a quelli dei loro Paesi di provenienza. E poi da voi c’è ‘l’attenuante culturale’. Noi come Associazione donne marocchine in Italia ci siamo costituiti parte civile in molti processi per omicidio di donne arabe da parte dei loro familiari. Posso raccontare quindi di molte condanne a 20-30 anni di carcere ridotte ad un massimo di 12 anni per via dell’attenuante culturale. E’ una cosa che mi offende molto: questi giudici credono che in Marocco sia normale uccidere una donna? In Marocco e Tunisia i responsabili di questi crimini passerebbero il resto della vita in una cella! Insomma siamo di fronte ad un intollerabile lassismo; per rendersene conto basta andare nei centri di accoglienza dove si rifugiano le donne di origine araba che si ribellano ai mariti e alle famiglie».

di Marco Guerra su Intelligonews.it del 23/01/2015