Con la Libia è stato raggiunto il vero capolavoro, tanto perfetto nella sua follia da ottenere il risultato peggiore nel Paese che più di tutti aveva le risorse per poter prendere il volo dopo la caduta del dittatore; la storia, si sa, non ha bisogno di segnali per trovare la strada giusta e anche stavolta lo farà senza problemi. Oggi, dopo la conquista da parte dei miliziani jihadisti di quella Bengasi che vide il massacro del console americano Chris Stevens, il tempo ci ha restituito intere e senza sbavature le responsabilità di un disastro politico e strategico, che pesa inesorabilmente sulle spalle di Nicolas Sarkozy, di Barack Obama e di David Cameron. Che issarono per primi la bandiera della fasulla, quanto nefasta, liberazione di Tripoli dal tiranno.

Che inviarono i propri caccia sulla Libia, a bombardare tutto e tutti indistintamente, ancora prima che l’Onu desse il via libera alla risoluzione – farsa che legittimò un’operazione rivelatasi poi, in tutto e per tutto, un’aggressione. Ansar Al Sharia non aspettava altro che questo, la caduta di Muammar Gheddafi, condita da una orrenda e ingiustificabile eliminazione fisica mostrata in mondovisione; e mise a disposizione la sua manovalanza migliore, assoldata per il massacro del raìs. File di mercenari provenienti dall’estero e addestrati alla guerriglia, senza progetto politico, proprio come in Siria dove è fallita. Quei miliziani che tornarono utili nell’eliminare l’amico “generoso” ad un tratto divenuto troppo scomodo, oggi proclamano l’emirato islamico in Libia.

Mettendo in fuga le truppe fedeli al generale Haftar, che non più di tre mesi fa aveva giurato di «disinfestare» la Libia dai terroristi e dagli estremisti. Nel mezzo un Paese devastato, nel quale il caos ha fatto scappare gli imprenditori che si erano avvicinati per la sua ricostruzione, un governo e un Parlamento sostanzialmente esautorati dopo aver tentato di realizzare una Libia autonoma, cosa che l’Occidente non ama quando va a negoziare. Un esercito inesistente e una popolazione terrorizzata. E frontiere, terrestri e marittime, ridotte a un colabrodo, come testimoniano i barconi che si arenano ogni giorno sulle nostre coste e nei quali non sappiamo chi si possa infiltrare fra i miliziani tornati dalla Siria. L’aeroporto di Tripoli raso al suolo e i depositi di armi sequestrate a Gheddafi pericolosamente lasciati al loro destino.

Con aerei e armi che potrebbero essere tranquillamente usati verso l’Italia, a due passi dalla costa libica. Dall’Onu, dall’Unione Europea e dal Nordafrica sotto choc, silenzio di tomba. Mentre nasce, in meno di due mesi, il secondo emirato fondamentalista, dopo il califfato di Al Baghdadi in Iraq e parte della Siria. Il disastro libico rischia di avere conseguenze globali incalcolabili, perché la Libia è un Paese rivierasco con l’Europa e le sue risorse energetiche e monetarie sono praticamente illimitate. I leader d’Occidente e le monarchie del Golfo hanno implicitamente armato il jihadismo internazionale, rifornendolo indirettamente di denaro, armi e petrolio. Dall’Iraq alla Libia, il movimento terrorista detiene una quantità enorme di petrolio, capace di aumentare pesantemente il suo potere contrattuale nei confronti dei Paesi importatori.

Il radicalismo jihadista accresce di ora in ora la sua forza, si espande e se l’avanzata in Libia sarà pari, in rapidità ed efficacia a quella in Iraq, a breve anche Tripoli rischia di cadere nelle mani dei miliziani. Rimane il timore per la nostra ambasciata, per motivi ancora sconosciuti unica rimasta aperta e operativa in Libia dopo la decisione di tutte le rappresentanze presenti di chiudere. In un clima che si fa di ora in ora più incandescente e pericoloso per chiunque rimanga sul suolo libico e rischia di divenire obiettivo di sequestri o attentati. Nell’attesa che il governo dia qualche segno di vita concreto, magari iniziando ad ordinare il rientro immediato dell’intera rappresentanza diplomatica.  I qaedisti libici guardano con grande attenzione a Mosul, in ordine alla creazione di una cintura di fuoco fra Medioriente e Nordafrica, magari lanciando davvero l’ultimo sguardo, come Al Baghdadi ha più volte detto, verso Roma.

da Libero del 03/08/2014