di Souad Sbai

Il monarca del Brunei, Hassanal Bolkiah, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha annunciato, in questi giorni, l’introduzione della sharia nel piccolo sultanato del Borneo, per preservare il conservatorismo integralista nel regno. Anziché scegliere un modello islamico moderato, come quello su cui si fonda il Marocco, dove è in atto un percorso di emancipazione più culturalmente autentico, Bolkiah guida il Paese verso un diritto penale severo e intollerante. L’adozione, infatti, del codice morale islamico, nella sua interpretazione più stretta, che prevede tra l’altro l’obbligo di indossare il burqa e la lapidazione per adulterio, colpisce principalmente le donne ed è in contrasto con la difesa dei loro diritti.

Dopo la primavera araba, i Paesi limitrofi, come l’Indonesia e la Malaysia, che cavalcano l’onda di un forte proselitismo religioso di matrice islamico-radicale, e il cui integralismo si è sviluppato molto rapidamente negli ultimi dieci anni, hanno influenzato profondamente il pensiero dell’intera popolazione asiatica. Nonostante la distanza di questi territori dalla “culla dell’Islam”, infatti, la fede ha mantenuto i caratteri essenziali di un messaggio islamico fondamentalista, arginando l’ondata di modernità. In Malaysia, il 14 ottobre, la Corte di Appello di Kuala Lumpur, in violazione dei diritti della libertà religiosa, ha stabilito il divieto, per i non musulmani, di utilizzare la parola “Allah” per riferirsi a Dio. La sentenza, che rivendica l’uso esclusivo del termine per alcuni gruppi musulmani, non è stata commentata dai mass media. Solo il The National, il giornale di Abu Dhabi, ha chiarito che il nome di “Allah” non è appannaggio, nel mondo arabo, dei soli musulmani. Le letture cristiane, ebraiche, dimostrano infatti che il termine è stato impiegato molto tempo prima dell’arrivo dell’Islam; dal Cairo a Baghdad, passando per Beirut, sentiamo invocare Allah nelle preghiere di tutti i cristiani. D’altra parte, il Corano è molto esplicito su questa questione ricordando ai musulmani che Dio è uno solo.

Esiste un’infinita varietà di terroristi praticanti e assassini politici che rappresenta una minoranza nel mondo islamico; le loro azioni sono talmente efferate da riuscire a diffondere l’odio e la paura dei musulmani alimentando odio, con all’attivo un’interminabile lista di atroci violenze. Gli Al-Shabaab, gli integralisti somali legati ad Al Qaeda, così come i pakistani, i ceceni, gli afghani, popoli non arabi, che nulla hanno a che vedere con la cultura arabo islamica, pretendono di agire in nome dell’Islam, avallando le richieste integraliste, e contrastando il processo di democratizzazione. Anche le visioni più medievali della jihad, l’idea islamica di guerra santa, non giustificano il terrorismo. La condanna al terrorismo, che utilizza impropriamente alcune parti dei versetti del Corano per giustificare i suoi scopi, rende le basi del pensiero degli estremisti islamici completamente infondate, tanto da depauperarli di qualsiasi autorità di poter emettere giudizi religiosi. Persino i giuristi hanno sempre fatto una distinzione tra i martiri che combattono per la causa di Allah e chi  invece si astiene dalla lotta, rispettando la vita di quanti si impegnano solo spiritualmente.

Nel corso di due decenni, Al Qaeda e i suoi adepti hanno rigettato questa interpretazione, abbandonandosi ad una violenza gratuita contro chiunque ostacolasse il loro percorso. Il fanatismo, con il quale siamo obbligati a confrontarci, è il prodotto di un miscuglio tossico di fondamentalismo religioso, indecenza culturale e scontro politico che si fonda su una relazione direttamente proporzionale tra il livello di povertà e l’influenza terrorista. I musulmani arabi moderati, non possono rimediare se non discutono apertamente del problema  iniziando a fare una seria autocritica. Purtroppo, la maggior parte dei leader, intellettuali, politici, esperti, rappresentanti della società civile, scuole di pensiero, evitano di intervenire sulla questione. Il loro silenzio contribuisce all’avanzata di questi criminali ignoranti che continuano a seminare nel mondo una cultura dell’odio.

Faro della cultura araba in Occidente, Averroè (filosofo, medico, matematico e giurisperito arabo, ndr) che, contro i dettami salafiti, ha sviluppato l’idea di un pensiero moderno dove la ragione umana gioca un ruolo fondamentale nell’interpretazione dei testi rivelati. Questa mancanza di chiarezza impedisce l’apertura di un dialogo con l’Occidente per la costruzione di un Islam moderato, e comporta che i popoli non arabi, come i regimi senza legittimazione del Brunei, Pakistan ecc…, si ergano a giudici e dettino le regole per un nuovo islam salafita radicale.

E’ fondamentale il ruolo dell’Onu che, in quanto garante dei diritti umani, ha il compito di rafforzare la sua promozione per la tutela delle libertà individuali, obbligando i paesi come il Brunei, l’Arabia Saudita e molti altri, al rispetto dei diritti civili per la cui tutela, oggi, continuano a sacrificarsi molti attivisti. D’altra parte, la decisione del Sultano ha seminato lo sconcerto anche tra alcuni dei più apprezzati intellettuali arabi, esponenti del mondo musulmano moderato, che la considerano anacronistica e in dissonanza con la costruzione di una società orientata ad una cultura della pace. Per scongiurare il pericolo di una rivoluzione e garantire maggiore stabilità allo Stato, sarebbe stato opportuno, piuttosto, espellere i salafiti e spendersi per coltivare una cultura della libertà, aiutando quella parte di Africa che muore di fame o le donne che scappano dall’Eritrea, in fuga da quelle stessi leggi che oggi il Sultano ha deciso di promulgare.

da Il Sussidiario.net del 29/10/2013