Un giudice di Londra si è trovato alle prese con un vero e proprio dilemma: come comportarsi di fronte ad un’imputata che pretende di indossare il niqab in tribunale?

di Souad Sbai

Un giudice di Londra si è trovato alle prese con un vero e proprio dilemma: come comportarsi di fronte ad un’imputata che pretende di indossare il niqab, il velo che copre il volto lasciando scoperti solo gli occhi, anche in tribunale? Per ovviare all’inconveniente, il giudice le ha imposto di toglierlo una volta che sarà chiamata a testimoniare perché, come ha specificato, è importante che si possa guardare in viso l’imputato per accertare se stia rispondendo con sincerità o meno. Un segnale importante, questo, che proviene da un paese che ha sempre prediletto l’integrazione del “diverso” più che l’assimilazione. Quell’Europa “multietnica” sta cambiando idea sul multiculturalismo, su quel buonismo che ha reso lecito qualsiasi cosa, come l’istituzione di moschee senza controllo affidate a imam privi di istruzione, lasciati indisturbati a predicare un pensiero che nulla ha a che vedere con la cultura arabo islamica. Per non parlare dell’imposizione del velo, che, in particolare nelle sue forme estreme di niqab e burqa, ha umiliato le donne e ha tolto il respiro a tutte coloro che non hanno voluto indossarlo, scelta che in molte hanno pagato con maltrattamenti o, ancora peggio, con la vita. Il cambiamento di rotta ha origine proprio da chi nel multiculturalismo ci aveva creduto sin dall’inizio. Non solo l’Inghilterra, ma anche la Norvegia, dove l’utilizzo del velo è molto frequente perché simbolo della tolleranza religiosa, avevano aperto le porte dei loro tribunali Sharitici, concesso le poligamie, dato spazio ingiustificato ad imam non adeguati a gestire fondi importanti.
Ora invece si stanno adoperando per fare ordine, preoccupati dei recenti sviluppi delle varie primavere arabe e dell’avanzata estremista che queste stanno portando con sé. Il velo, occorre sottolinearlo, non ha nulla a che vedere con l’Islam e, se imposto, rappresenta l’annullamento totale della figura femminile, privata così di ogni diritto fondamentale che le spetterebbe. Basta fare un salto indietro nel tempo nella storia dell’Egitto, passando in rassegna fotografie e immagini del lontano 1920, si vede perfettamente che nessuna donna portava il velo, nel 78’ nessuna studentessa portava il velo; all’epoca le donne erano moderne, si vestivano alla moda come le ragazze di Londra, Parigi. Solo con l’avvento dei movimenti più integralisti negli anni 90 è iniziato quel processo di imbarbarimento che ha portato il paese ad arretrare culturalmente e creare terreno fertile per l’attecchimento del fondamentalismo islamico che ha poi portato alla vittoria del movimento dei Fratelli Musulmani.

Bisogna pensare alle giovani della seconda generazione, costrette alla clausura forzata e obbligate ad indossare un indumento che tutto l’occidente si ostina erroneamente a chiamare “velo islamico”. Spesso e volentieri gli estremisti lo utilizzano volutamente come strumento per meri fini propagandistici, bloccando in questo modo il loro processo di integrazione e di partecipazione a qualsiasi forma, anche la più elementare, di vita sociale. Il velo è uno strumento per opprimere la donna, per tenerla con delle redini che la sottomettono agli obblighi conservatori e rigidi che annullano e che fanno a pugni con valori quali la tolleranza, e l’integrazione per l’appunto.
E gli uomini, abituati sin da piccoli a vedere così velate le proprie madri e sorelle, crescono con la convinzione che da grandi saranno loro a doverlo a loro volta imporre alle proprie fidanzate, mogli, e figlie. Donne costrette ad indossare una galera mobile nel silenzio durato anni dell’Occidente, dovuto forse alla paura di compromettere gli accordi economici, o di essere tacciato di razzismo, o più semplicemente per vigliaccheria. Il grosso errore degli occidentali è che interpretano il mondo islamico leggendolo in chiave occidentale. Non si può parlare di Islam senza conoscerne la storia, e la sua interpretazione superficiale è da sempre causa di scontri e lotte in quei paesi per cui è difficile arrivare alla conquista di una libertà culturale che possa trascendere dall’ideologia. Non facciamo in modo che queste lotte coinvolgano anche noi.

da Il Sussidiario.net del 19/09/2013