di Souad Sbai

Il Bahrein è un piccolo Stato a noi noto per i ricchissimi sultani e anche per le rivolte di due anni fa, scoppiate sulla scia della primavera araba. Proprio in questi giorni nel paese si sta verificando un fatto piuttosto singolare: la Lega Araba ha deciso di istituire un tribunale pan-arabo dei diritti umani nella capitale Manama. Decisione che ha fatto storcere il naso all’opposizione, che definisce il Bahrein come il “buco nero dei diritti umani”. Strano allora che si istituisca un tribunale in difesa dei diritti umani da parte di chi se ne interessa ben poco. E, cosa ancora più inquietante, che si lasci all’Arabia Saudita l’indicazione del luogo più adatto in cui erigere un siffatto organo. La richiesta, approvata dai funzionari del Bahrain, ha generato sdegno al Cairo e non solo. Lo stesso movimento islamico sciita Al-Wefaq ha manifestato dei dubbi riguardo la credibilità di un tribunale in uno Stato in cui si contano più di 55 tipi di violazioni dei diritti umani contro i cittadini. Così come Human Rights Watch, schieratasi fermamente contro codesta decisione. Il timore più diffuso è che da organo giudicante, presumibilmente imparziale, un tribunale creato per volontà dei sauditi in un paese in cui si perpetrano ancora pratiche barbare quali le frustate o le lapidazioni, arrivi prima o poi ad imporre la Sharia e ad eseguire pene capitali indiscriminatamente. Bisogna far attenzione quando si parla di diritti umani, e pesare bene quanto si afferma. Non è ammissibile che a proferirne parola sia un paese in cui le donne non hanno alcun potere decisionale, non possono guidare le automobili o, più banalmente, non possono firmare un documento. Per non parlare della negazione assoluta della libertà d’opinione. Basti ricordare che proprio in Arabia Saudita ci fu una condanna a 600 frustate e a sette anni di galera nei confronti di Raif Badawi, reo semplicemente di aver creato un sito indipendente. Per giungere a un pieno concetto di libertà è necessario un processo storico, culturale e mentale, così da consentire a un popolo di avvicinarsi alla democrazia, ancora sconosciuta in questi paesi. L’Occidente è in costante cammino, nonostante siano passati più di quattro secoli dal processo illuministico che ha interessato prima l’Europa e poi l’America. Sarebbe forse bastato far tesoro del pensiero filosofico greco antico, in cui Socrate e Platone invitavano a una profonda conoscenza dell’interiorità umana, o delle idee di Averroè, che metteva la ragione al centro del suo pensiero. Invece i passi da gigante verso la libertà individuale sono stati possibili attraverso dure lotte di classe, movimenti rivoluzionari e soprattutto battaglie ideologiche per i diritti umani. Come può l’Arabia Saudita anche solo osare parlare di diritti umani? Nella sua storia non c’è mai stato un percorso di crescita intellettuale. Ricordiamo che il regime vieta moltissimi libri, prediligendo l’ignoranza e la sottomissione. Perché, si sa, l’ignoranza aiuta a mantenere il potere e a tenere sotto controllo il popolo. Ma sentir parlare di concetti quali democrazia, diritti umani, libertà, da chi non concede né quella di culto, né quella di parola, né tantomeno quella di pensiero, non suona solo come una grandissima presa in giro, ma sembra essere un affronto all’Occidente e all’intelligenza umana. E tutti, noi italiani per primi, dovremmo mostrare la nostra indignazione contro la sfrontatezza di tali manifestazioni, e opporci affinché non sia violato il concetto di diritto da parte di paesi convinti di riuscire a saltare delle tappe fondamentali, che credono di poter avere tutto soltanto attraverso i soldi, tralasciando il sudore, lo studio, e la cultura, e prendendosi gioco dei diritti umani proprio sotto il nostro naso.

da Libero Quotidiano del 09/09/2013