L’esplosione avvenuta nei pressi di una moschea della Gran Bretagna, in quello che è stato definito dalla polizia britannica come un «incidente terroristico», ha riacceso, ancora una volta, il dibattito sulla possibilità di realizzare o meno quell’idea di multiculturalismo che, a tutt’oggi, sempre più si rivela un’utopia. C’è da dire che l’attacco si è verificato lo stesso giorno della commemorazione di LeeRigby, il soldato venticinquenne barbaramente ucciso lo scorso maggio a Woolwich, periferia multietnica di Londra, da due estremisti musulmani, uno di origine nigeriana e l’altro di origine maliana. Un episodio che ha colpito fortemente l’opinione pubblica inglese e internazionale per brutalità e spietatezza. L’attacco alla moschea è, forse, la prima conseguenza. Un gesto di tale portata e con questa tempistica non dev’essere considerato come un atto isolato, e quindi minimizzato solo perché, fortunatamente, non ha provocato vittime. Basti vedere la reazione della gente, di chi lo ha giustificato come una normale ripercussione di quanto accaduto al soldato ucciso, senza celare un velo di compiacimento. Bisogna stare in guardia.

L’Europa è invasa da jihadisti, quegli estremisti islamici dei quali tanto abbiamo sentito parlare in questi anni e la cui peculiarità è il disprezzo per tutto ciò che è occidentale. Il loro obiettivo è l’isla – mizzazione di tutto l’Occidente che, a differenza del Nordafrica, con il quale sperano di cavarsela in pochi anni, si sta compiendo attraverso un processo a lungo termine, come un cancro che si insinua fino ad ucciderti. Non è un caso che Abu Qatada, il più pericoloso predicatore islamico radicale, nonché presunto terrorista e considerato l’ambasciatore in Europa di Bin Laden, ha agito indisturbato per anni prima di essere espulso solo qualche giorno fa dalla Gran Bretagna. Bisogna uscire dal silenzio assordante in cui l’Europa è piombata, che permette al jihadismo di avanzare quietamente grazie a quel politically correct che si pone di fronte a tale invasione, tanto religiosa quanto culturale, come se avesse le mani legate. Abbiamo a che fare con un’organizzazione molto ben coordinata, e non bisogna cadere nell’errore di tacciare di razzismo quei pochi che osano fare una riflessione aperta. C’è poi chi continua a perseguire la via del dialogo, molti a dire il vero.

Ma il dialogo si è rivelato inefficace con chi, a quella della comunicazione, affianca parallelamente e in modo subdolo la via della manipolazione delle menti più influenzabili. Esempio lampante il ventenne di Genova, morto in Siria, che combatteva a fianco dei ribelli jihadisti. La domanda sorge spontanea: quand’è che l’Occidente deciderà di adoperarsi contro tutte quelle moschee che sfornano ogni giorno nuovi estremisti islamici radicali, e futuri terroristi, alla stregua di una vera e propria setta? È arrivato il momento di usare tutti i principali strumenti, anche istituzionali, per poter intervenire e dettare il proprio ordine e non rimanere sospesi tra l’ambiguità del buonismo e l’odio crescente della popolazione. L’Europa e l’Occidente devono proteggere i valori delle loro radici. Lo stesso mondo arabo è giunto al punto di non tollerare più l’estremismo: i moderati hanno voglia di vivere in modo liberale, senza condizionamenti e imposizioni, e tutto ciò è incompatibile con chi predica di attenersi ai pretesi valori fondanti dell’Islam delle origini. Quello della moschea non è stato solo un segnale di insofferenza, ma un chiaro avvertimento. Il multiculturalismo è fallito, e da tolleranza passiva si sta trasformando in una miccia che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Lo Stato liberale deve imporre i suoi principi, affinché non si assista a un’altra strage come quella che due anni fa scioccò la Norvegia, dove a pagarne le conseguenze fu quasi una generazione di giovani.

da Libero Quotidiano del 16/07/2013