Redazione Libri

Se non lo hanno raccontato, non vuol dire che non è successo. Queste due frasi possono sintetizzare efficacemente la presentazione del nuovo libro di Souad Sbai “Le ombre di Algeri”. Il volume, presentato ieri alla Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati, racchiude un intenso viaggio nell’Algeria degli anni ’90, ferita a morte dalle stragi e dagli attentati del terrorismo fondamentalista di matrice islamico-radicale. I relatori al tavolo con Souad Sbai hanno saputo e voluto dare un proprio pensiero all’opera, letta e compresa, come ovvio, secondo stili e sensibilità differenti. Gianni Guardigli, autore della piece teatrale “Le luci di Algeri”, Francesco De Remigis, giornalista e inviato de il Giornale in Nordafrica e Carlo Panella, giornalista ed esperto di Algeria. Apriva gli interventi il capogruppo al Senato del Pdl, Gaetano Quagliariello, che ha posto in essere una lunga panoramica su come l’Algeria possa essere ricondotta alle primavere arabe e al progresso democratico ancora in progress. E a corollario di un dibattito interessante e denso di significanze simboliche, alcuni filmati che testimoniano come l’Algeria, fino agli accordi di Roma e forse anche un po’ dopo, sia stata terra di orrendi massacri ai danni di uomini e donne, colpevoli solo di vivere in Algeria.

Tahar Djaout

E poi quella notte del 13 Maggio 1994 in cui, secondo l’autrice che legge alle perfezione il video catturato nel buio, tutte le frange jihadiste algerine si uniscono per dare vita alla Jamaa Islamiya armata, antesignana di quella che oggi chiamiamo Al Qaeda. Un particolare non di poca importanza, che dona nuova luce alle varie letture sulla nascita del terrorismo internazionale di stampo qaedista, non solo nel Maghreb ma a livello globale. Un libro, quello della Sbai, che tocca le corde interne dell’anima, descrivendo quasi con immagini ciò che quella gente patì, inerme e senza poter difendere anche ciò che c’è di più caro: i propri figli. In questo, durante la presentazione, molto ha giocato anche la intensa e commossa rappresentazione di una parte della piece di Gianni Guardigli “Le luci di Algeri”, nella quale Mariano Rigillo, Silvia Siravo e Maria Teresa Rossini hanno inscenato per il pubblico venti minuti di rara bellezza interpretativa. E poi le parole di Tahar Djaout, giornalista libero ucciso ad Algeri nel 1993: “Se parli muori, che fanno da incipit del libro. Se non parli muori. Allora parla e muori”.

Eco che ancora oggi, nei più disparati contesti, dal Pakistan all’Afghanistan e chi èiù ne ha più ne metta, risuona come un precetto da non dimenticare mai, con tutto ciò che ne consegue. E così si chiude, tutto d’un fiato e senza pause, con un’altra parte decisiva del libro, annunciata da Souad Sbai nel suo intervento, la conclusione della pellicola Les Hommes de Dieu, con le parole di uno del monaco Christian de Chergè, uno dei sette che stanno per essere decapitati dai terroristi: “Se mi capitasse un giorno, e potrebbe essere oggi, di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini, globalmente presi, e conosco anche quali caricature dell’Islam incoraggia un certo islamismo. E’ troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integrismi dei suoi estremismi. L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un anima... E anche a te, amico dell’ultimo minuto. Ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!

da Almaghrebiya.it del 11/12/2012