di Souad Sbai

Mentre state leggendo queste righe, si celebra il processo per la morte di Rachida Rida, giovane marocchina di Brescello, in cui Acmid è parte civile, come per le tante donne e giovani uccise in Italia e che in moltissimi hanno abbandonato. Nessuna morte è banale, perché con essa la vita si spegne e lascia un gran vuoto. Ma la morte di Rachida è il simbolo di qualcosa di più grande. Massacrata dal marito perché, stanca delle botte e della impossibilità di vivere una vita normale, aveva avvicinato il suo pensiero al cristianesimo. Perché in esso, o meglio nella realtà cristiana del luogo, aveva spesso trovato rifugio emotivo e psicologico al suo corpo e alla sua anima ferite dalle umiliazioni. La follia di un uomo, che non poteva sopportare l’allontanamento della moglie dall’odiosa ortodossia radicalista in cui l’aveva segregata, ha posto fine alla sua vita.

Quasi una martire, potremmo dire, che non ha avuto paura di aprire gli occhi e di muovere le sue gambe verso una goccia di libertà. Goccia che ha fatto traboccare un vaso di odio e di estremismo religioso, fomentato dalla cattiva conoscenza e dall’ignoranza totale del concetto di libertà. E poi l’abbandono da parte di chi, come la comunità, poteva e doveva tutelarne la dignità almeno da morta, l’attesa all’obitorio, la paura dei bambini di essere allontanati dal luogo dove sono nati e in cui riconoscono la loro casa. Sulle pagine di questo giornale, che già dopo la sua morte accolse le riflessioni dell’Acmid che denunciò quel corpo abbandonato all’obitorio, la cronaca di un processo che farà la storia, perché dà il via al primo procedimento sulla morte per apostasia.

Che altro non è se non la fatwa di condanna a morte per essersi convertiti, tuttora in vigore in alcuni di quei paesi che hanno sponsorizzato a suon di petroldollari la primavera araba, affinché si rivedessero, anche in Paesi moderati e moderni, rotolare le teste dei convertiti, mozzate dalla lama dell’estremismo radicalista. Rachida è l’immagine riflessa di tutti coloro che oggi, qui e all’estero, vivono il dramma delle catacombe della paura, dell’obbligo di nascondersi e di non parlare con nessuno del proprio travaglio interiore, che ha portato ad una scelta sofferta ma per chi la compie decisiva. Rachida, agli occhi di chi la uccise e di chi oggi attenta alla libertà delle donne e degli uomini liberi di cambiare idea, è un’immagine che fa male e che ricorda all’Occidente quanto dolore si viva fra quelle quattro mura, impossibilitati a parlare e ad uscire, se non sotto stretto controllo. Un processo alla morte per conversione, ecco il passo decisivo che aspettavamo per guardare in faccia un problema a cui molti, oggi anche in Europa, non vogliono guardare, per paura di non essere politically correct, di non risultare appetibile per i gusti elettorali e di consenso di alcune comunità ormai asservite all’estremismo radicalista. Per non apparire “islamofobi”: ma in questo caso, chi è islamofobo?

Oggi si celebra l’ennesimo processo in cui le donne uccise rimangono sole, abbandonate da quel femminismo pluri-latitante che fa di loro, da sempre, strumento di consenso e mai di lotta vera. Nell’aula del Tribunale di Reggio Emilia la luce della libertà e della purezza dell’animo di Rachida risplende in tutta la sua grandezza e ormai nessuna ombra potrà offuscarla. In questo processo, che andrà avanti ancora a lungo, la speranza di tutti coloro che hanno scelto ma hanno paura di parlare, è che venga celebrata non la morte ma la scelta di vita di Rachida, libera e coraggiosa, motivo per cui qualcuno decise di porre fine alla sua esistenza. Lei oggi è seduta qui con noi, in ultima fila, e guarda con fare attento ciò che si dice e ciò che accade, mantenendo fede al suo modo d’ essere: un sorriso silenzioso ma profondamente luminoso. Che ci ricorda, oggi come non mai, che se avesse fatto questa scelta in Marocco, oggi sarebbe ancora viva.

Da “LiberoQuotidiano” del 25/10/2012