La forza di un’idea. La forza di un pensiero che scorre come un rigagnolo sotterraneo, pronto ad esplodere in un fiume in piena, la cui forza diventa inarrestabile man mano che si fa più impetuoso. Così nei media arabi descrivono la tesi esposta da Mustapha Mohamed Rashed, studioso che in Marocco ha dettagliato, smontandole senza pietà, le ragioni dell’odiosa imposizione del velo. Che viene descritto come uno dei pilastri dell’islam, ma che in realtà ha ben altra veste agli occhi di chi sa bene cosa sia il Corano e come va interpretato. La tesi di Rashed è stata approvata dall’università di Al Azhar, massima autorità in materia, e sta suscitando uno sconquasso nel mondo degli studiosi arabi. Che non riescono spesso a comprendere la giusta distanza fra libertà e rispetto di una fede.

Rashed dice testualmente: «Chi propende per l’obbligatorietà dell’hijab ha deviato dagli scopi della legge islamica e della sua vera interpretazione. Ha rifiutato il ragionamento, basandosi solo sul testo letterale». Ma è un fattore che differenzia nella sostanza il pensiero di Rashed da quello di altri che, per il vero, avevano già azzardato la tesi del non obbligo del velo: l’ijtihad, «lo sforzo giurisprudenziale, ovvero lo sforzo di energia mentale del giurista musulmano di dedurre sentenze giuridiche dal sacro dell’islam». Averroè, insomma. Riscoperto e rivalutato in tutta la sua forza concettuale e storica.

Letteralmente, dice Rashed, «Hijab significa tenda, partizione e il versetto di cui si parla è specificatamente rivolto alle mogli del Profeta come “separazione”. Non c’è disputa tra gli studiosi a tale proposito. Il termine hijab è finalizzato ad avere una partizione tra le mogli del profeta e dei suoi compagni. Non è rivolto alle donne musulmane, altrimenti sarebbe stato specificato apertamente». Nonostante Qaradawi si affanni ancora a dire il contrario e Rashed nella sua tesi ne smonti ogni velleità concettuale.

Un colpo di mannaia alle odiose quanto false piaghe psicologiche cui l’estremismo ha attinto nel tempo per formare una mentalità del terrore e della soggezione nelle donne musulmane. Un giogo mentale e fisico cui per troppo tempo non ci si è potuti sottrarre se non esponendosi al rischio di essere radiate da qualsivoglia comunità o gruppo sociale, sulla scorta di una previsione che non ha mai avuto alcun riscontro nel testo.

Noi lo diciamo da anni, lo gridiamo tanto da esser rimaste spesso senza voce, urlando al posto delle donne che vengono da noi e confidano che quel velo non lo hanno mai scelto ma è stato loro imposto, spesso con la forza.

Decontestualizzata, male interpretata e forzata ad arte dall’estremismo di matrice salafita, l’usanza del velo è divenuta un simbolo, un’appartenenza non religiosa ma radicalista sulla base della quale si sono consumate le peggiori follie. Fino a cadere nel niqab e nel burqa, che oggi sono il nemico da combattere senza pietà. Peccato che mentre in Marocco si studia su questo e ci si confronta in maniera aperta, da noi una certa politica falsamente buonista e multiculturale, con una decisione di rara ottusità, ha deciso di accantonare appena arrivato in Aula il provvedimento relativo al travisamento del volto, rendendo così vita facile a chi in questo lasso di tempo vorrà fare carne da macello delle donne musulmane messe all’angolo dal fondamentalismo.

Cecità storica? Malafede ? Ignoranza della materia? Abbiamo bisogno che uno come Rashed venga da noi, magari in qualche Commissione, a spiegare che l’hijab non ha nulla a che vedere con la religione e meno che mai burqa e niqab? Io so solo che noi nel frattempo stiamo seminando, giorno dopo giorno, nella mente delle donne la convinzione che la paura non deve vincere. E che nonostante al di là del Mediterraneo i veli offuscanti crescano sempre più grazie al salafismo della primavera islamica, ogni donna che voglia dirsi tale non deve mollare, perché la sua libertà si rifletterà nei suoi figli, portatori del seme della speranza del mondo arabo e dell’Europa.

da LiberoQuotidiano del 30/06/2012