di Souad Sbai

L’Italia è un Paese che sta oggi affrontando un massiccio fenomeno strutturale, dove oggi stanno crescendo larghi e nuovi fenomeni etnici e sociali. Anche qui la presenza di musulmani sta diventando sempre più vasta: la seconda comunità dopo gli albanesi.  Di circa 1 milione e duecentomila musulmani, 403.592 (secondo statistiche Istat aggiornate al 1 gennaio 2009) sono i marocchini che rappresentano il 9,5% del totale degli stranieri in Italia. Dei marocchini in Italia, il 35.3% sonno donne. I musulmani di altre nazionalità presenti in numero significativo sono tunisini, algerini, egiziani. Se l’immigrato non sente questo Paese come qualcosa di suo, non sarà mai integrato, sarà sempre un escluso dalla società. Molta gente non vuole questa integrazione, in particolare gli estremisti islamici, insediati in Italia. Qui si accetta tutto. Gli estremisti rifiutano l’integrazione perché, se ciò avvenisse, non ci sarebbe più bisogno delle loro varie associazioni islamiche. Così si spiega il rifiuto di apprendere anche la lingua che, arrivando in un Paese nuovo, è la prima cosa da imparare. La condizione delle donne è drammatica. Valentina Colombo, Maria Giovanna Maglie, Valeria Coiante, Emilio Casalini e tanti altri giornalisti hanno scritto pagine e pagine sulla situazione femminile ed hanno portato alla ribalta attraverso inchieste di valore la questione della donna musulmana. Le donne emigrate in Italia, all’inizio, sono piene di speranza. Perché pensano di migliorare decisamente la loro situazione. Ma qui trovano subito l’inferno, la segregazione, la reclusione, l’umiliazione, la violenza e, a volte, anche la morte.

Se ne sono perse tante così: sgozzate, come la ragazza di Bologna, ammazzata davanti alla figlia di due anni. E con il ricordo di tanto atroce esempio, la bambina impara da piccola cosa le potrebbe succedere un giorno, se solo le venisse in mente di vivere in modo occidentale. Secondo Giorgio Paolucci, giornalista di «Avvenire» in soli quattro anni la situazione femminile è migliorata sensibilmente: l’analfabetismo è passato dal 67 al 38%. Qui, in Italia, invece l’80% delle donne restano analfabete e le condizioni di vita sono drammatiche. Giorgio Paolucci, assieme a Camille Eid, hanno anche toccato, in una loro recente opera1, la questione dei convertiti. Ci sono, in Italia, tanti convertiti al cristianesimo, e anche laici che rischiano la vita perché non vengono accettati. Il libro racconta la vita di molte donne, che vivono come in catacombe nel silenzio del disinteresse.

Parla di persone che non si possono esprimere liberamente. Eppure si tratta dell’Italia e quello che diceva padre Samir-Khalil è importante: «la nostra debolezza rinforza l’estremismo. Più siamo forti, maggiore sarà la possibilità di trovare una soluzione». Si tratta di un libro che consiglierei più ai cristiani che agli arabi, affinché si capisca che il convertito non potrà mai dire a un connazionale «mi sono convertito». Non potrà mai andare in Chiesa e non mostrerà mai la croce. Un ragazzo convertito mi ha detto: «la voglia che ho è quella di portare un domani la croce tranquillamente, senza avere qualcuno in Italia che mi faccia una fatwa».

La donna, secondo gli estremisti radicali, è una creatura sostanzialmente «impura», il suo corpo è impuro, perfino la sua mente è incompleta. Da tali pregiudizi scaturisce la necessità di marchiare la sua diversità e sottometterla al potere maschile. E qui torna la questione del velo. D’altra parte, il ritorno di fiamma del velo è parte di una complessa strategia di manipolazione della comunità musulmana con finalità antioccidentali. In Italia esiste dal 1975 una legge che vieta di girare con il volto completamente coperto. Negli ultimi anni il quesito se vietarlo, completamente o no, nei luoghi pubblici è tornato d’attualità. Ci si è limitati a porre la questione sul piano del «buon senso», fermandosi alla raccomandazione di consentire l’identificazione. Quindi, l’Italia si trova in una posizione mediana tra la laicità di Stati del tutto contrari al velo, Turchia, Tunisia e Marocco, e la tendenza teocratica, presente in Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Afghanistan, o presso i Fratelli Musulmani, che impone alla donne di coprirsi il volto.

Però, chi in Italia legittima in blocco l’uso e il significato del velo o addirittura lo magnifica o ne fa un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostra di non avere ancora compreso quale sia la vera posta in gioco. Molti predicatori al servizio dell’Islam radicale sostengono che l’Italia tra dieci anni sarà islamizzata. Se queste sono le guide religiose che spadroneggiano nelle moschee del nostro Paese, non è solo della libertà delle donne musulmane che ci dobbiamo preoccupare. In gioco è la libertà di tutti. Bisogna, perciò, domandarsi: ma non è proprio il velo che incoraggia la discriminazione? Costituisce o no un ostacolo al processo di emancipazione e di integrazione dell’immigrazione femminile?

In primo luogo, è necessario aggirare i falsi problemi, impegnandosi a garantire il diritto delle giovani e giovanissime musulmane a coltivare liberamente il proprio pensiero e i propri convincimenti in tutti quei delicati passaggi d’età che precedono l’acquisizione della piena coscienza di sé, propria dell’età adulta. Ciò deve avvenire al riparo da forzature ideologiche che non hanno nulla a che fare con la natura dell’istituzione scolastica e che costringono le ragazze a rimanere lontane dai loro compagni di banco occidentali. In più, va considerato il rischio dell’emarginazione e di un difficile inserimento nella nostra società.

Se, da un lato, esiste l’ideologia di un non ben definito multiculturalismo che difende comportamenti criminali, dall’altro vi è il tragico vissuto di donne e uomini marchiati nell’anima e nel corpo da un radicalismo islamico che è pura barbarie, che è privazione di quegli essenziali principi di humanitas conquistati nei secoli a caro prezzo. Vi sono donne che ritengono persino un «lusso» poter raccontare quanto hanno subito, sapendo quante non hanno potuto farlo, pur vivendo in un Paese libero, perché la loro bocca è stata tempestivamente riempita di terra. Non so come possiamo insegnare ai nostri giovani a concepire una politica della giustizia, dopo i pessimi esempi di quanti usano coprire di dissimulazioni e di silenzio le tragedie della storia.

Mi riferisco ai falsi comportamenti che cercano di compiacere un elettorato infarcito di droga ideologica, di schemi astratti, tali da impedire di vedere la realtà nuda e cruda dei fatti, di accadimenti sanguinosi che si verificano nel quotidiano, abbattendosi su esseri umani, che non rappresentano l’altro, ma sono parte di noi in quanto esseri umani.

da IlGiornale.it del 08/03/2010